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Famiglia, non “coppia”

di Salvatore Abbruzzese - Tempi (8 ottobre 2014)

L’attuale svolgimento di un sinodo sulla famiglia costituisce un’occasione per fermarsi a pensare sul divario che intercorre tra cosa significhi la famiglia e cosa in effetti questa sia, quale sia la pretesa che la muove sul piano antropologico e cosa invece rappresenti sul piano sociale.
Lo scenario presentato è occupato in primo luogo dalla coppia. La società individualista, concependo sempre e solo l’individuo, non riesce a vedere la famiglia, né sa realmente rappresentarne l’universo impalpabile e segreto che la caratterizza. Al posto di questi c’è la relazione di coppia: cioè la serie di scelte volontarie e di emozioni condivise che attraversano e caratterizzano la vita di due persone, persone che sono e restano due individualità. La famiglia – quando e se ha luogo – non appare che il semplice risultato delle scelte dei singoli, non li trascende mai. La coppia che si considera come realtà sovrana, che non ha nulla al di sopra di sé, non può che opporsi fortemente quando le si afferma che è soggetta a vincoli, che è “trascesa” da qualcosa che la supera.
La famiglia infatti, proprio come luogo in cui si fa esperienza di un tale superamento, non è una semplice “coppia”, ma la sovrasta e la trascende. Coppia e famiglia rinviano infatti a due realtà profondamente diverse tra loro.
La coppia, intesa come relazione permanente di mutuo sostegno tra due persone, sostenuta da un legame affettivo sufficientemente forte e credibile, è una realtà totalmente esposta ai contesti sociali e culturali nei quali nasce e si sviluppa. Le due volontà che ne fanno parte provengono da ambienti e da culture specifiche ed a queste rinviano: rappresentazioni del mondo, valori, atteggiamenti e comportamenti ne sono l’espressione conseguente.
Non così avviene per la famiglia. Il suo essere coppia è qui progressivamente e inesorabilmente trasceso dalla dimensione specifica che la caratterizza e che è data dalla volontà esplicita di edificare, costruire e generare. La coppia che non vuole limitarsi alla convivenza, alla relazione di mutuo sostegno, ma detiene un progetto fondativo che la sovrasta e, per certi versi, la “travolge”, costituisce una famiglia. Questa vuole edificare generando e, proprio per questo, quando non riesce ad avere figli, ricorre alla più che naturale scelta dell’adozione.
Per una coppia con volontà generativa – quindi, proprio per questo, una famiglia – i figli non sono un caso, ma l’esito di una volontà reale di costruire e di edificare, una volontà che la trascende, la fa evolvere verso una dimensione più ampia, dove il bene dei propri figli diventa l’obiettivo principale, la ragione prima di ogni scelta. È proprio questa dimensione generativa quella che trascina la coppia al di là delle semplici affinità elettive,
per condurla dinanzi all’opera più importante e naturale che queste possano concepire: quella della nascita di un nuovo essere umano, dell’accompagnarlo nella crescita, dell’educarlo al mondo dotandolo dei due supporti che gli sono naturalmente indispensabili per una tale impresa: se stessi, intesi come madre e come padre.
Una tale volontà generativa non ha solo valenze culturali ma si misura ed ha a che fare con una dura consistenza dell’essere, in primo luogo dell’esperienza radicale della maternità. Dinanzi a questa coriacea durezza della persona le strutture culturali di ogni epoca possono al massimo mettere a disposizione universi linguistici e simbolici, stabilire norme e modellare valori, ma non possono cambiarne la sostanza.
È sbalorditivo come una simile tensione fondativa, un simile desiderio di edificare, generando vita ed amando la vita che si è generato, non sia affatto realmente transitato nella cultura odierna. Il parlare della famiglia come “fondazione”, come “edificazione” di un mondo di relazioni primarie, sembra risuonare a vuoto ed è percepito come una pura deriva retorica. È manifesta la disproporzione crescente tra l’ampiezza del compito generativo e la sua costante riduzione, il suo annichilimento a pura volizione personale. Come se nulla di essenziale, nulla di trascendente fosse veramente in gioco. Come se una tale trascendenza semplicemente non esistesse.