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La risposta del Governo italiano e delle Regioni

A seguito della sentenza il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, ad agosto, ha presentato un decreto legge al Consiglio dei Ministri ritenendo che si trattasse di una questione di rispetto “dei requisiti sanitari minimi di sicurezza” e che la sentenza stessa non poteva essere direttamente applicata dai centri di fecondazione con contratti privati, spettando alle autorità competenti, ossia le Regioni e le Province autonome, dare le autorizzazioni, in presenza di una legge chiara.
Nel decreto veniva vietata la compravendita di gameti, previsto un registro nazionale dei donatori, in attesa di un codice unico europeo in uscita, reclutati entro una fascia d’età che va per gli uomini dai 18 ai 40 anni e per le donne dai 20 ai 35, con possibilità di donare per un numero massimo di volte pari a dieci, con deroga a una famiglia che richieda un altro figlio allo stesso donatore. Erano altresì previste le procedure di tracciabilità, per dare ai bambini  “il diritto di sapere come sono nati e avere accesso alle proprie origini genetiche per motivi sanitari”.
Tale decreto doveva passare al vaglio del governo, del Parlamento e infine del presidente della Repubblica, ma è stato stoppato dal Consiglio dei Ministri, che ha preferito rimandare la discussione in sede parlamentare al fine di avere una legge che regolamenti la fecondazione eterologa.
Nel frattempo anche le Regioni si sono mobilitate per stabilire delle linee guida su tutto il territorio nazionale, vista anche l’immediata e frenetica reazione della Toscana che, senza confrontarsi con le altre istituzioni, ha autorizzato la procedura eterologa sia nei propri centri privati che in quelli pubblici, “guadagnandosi” la definizione di “nuova Spagna”.
La commissione Salute della Conferenza delle Regioni ha trovato un’intesa sulle linee guida per disciplinare in tutta Italia la procedura; tale documento è stato poi approvato all’unanimità dalla Conferenza delle Regioni, ed attende il via libera anche dalla Conferenza Stato-Regioni, per poi essere recepito in ogni Regione con delibere proprie.
Ci si sta così muovendo per permette a tutti i centri, pubblici e privati, di partire, almeno in una fase di transizione, fino cioè all’approvazione di una legge da parte del Parlamento.
Le nuove linee guida stabiliscono che l’eterologa sia gratuita per le donne fino ai 43 anni di età  – e a pagamento per quelle di età  superiore – e che sia possibile tracciare il donatore di ovuli o spermatozoi, per motivi di salute del nato. Inoltre prevedono che, per quanto possibile si mantenga lo stesso fenotipo della coppia in relazione al colore della pelle, dei capelli e anche rispetto al gruppo sanguigno del bambino. Per i donatori non potrà esserci alcuna retribuzione economica, ma saranno previste “forme di incentivazione”; è altresì prevista la possibilità del nato di chiedere, compiuti i 25 anni, di conoscere l’identità del donatore, previo il consenso di quest’ultimo.
Le linee guida ricalcano, di fatto, il decreto presentato dal ministro Lorenzin, che, pur se soddisfatta per la decisione delle Regioni, insiste sulla necessità dell’approvazione di una legge, anche al fine di poter ottenere lo stanziamento dei fondi ed istituire un registro nazionale per la tracciabilità dei gameti e il controllo del numero di donazioni fatte dal singolo donatore.