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Sul piano etico-sociale

C’è poi un secondo effetto che produrrà la sentenza, ed è quello che coinvolge il piano etico-sociale, rispetto al quale il Parlamento non potrà rimanere in silenzio.
L’ammissibilità della fecondazione eterologa comporta il rischio della mercificazione di gameti ed embrioni e l’effetto scontato di procedere nella pratica a una vera e propria selezione che rasenta l’eugenetica. La fecondazione eterologa è, infatti, preceduta da esami sul codice genetico dei possibili donatori e della donna ricevente: il risultato di tali esami diventa nella prassi elemento preliminare alla fecondazione e determinante nella scelta del donatore e/o della donatrice.
Con l’ammissibilità di questo tipo di fecondazione si compie pertanto un passo pericolosissimo verso la selezione del genere umano, con scenari caratterizzati da probabili discriminazioni tra categorie di persone a patrimonio genetico ‘selezionato’ e, dunque, più efficienti, e persone fecondate naturalmente con possibili difetti genetici.
Certo la Corte ci spiega che l’accesso all’eterologa sana la lesione del diritto alla salute della coppia, che altrimenti non potrebbe avere figli o sarebbe costretta a recarsi in Paesi che consentono tale tecnica. Eppure la legge 40 è assai chiara: con l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita non si cura una patologia (l’infertilità o la sterilità rimarranno tali), ma si supera un ostacolo per risolvere un problema procreativo.
La difesa della legge 40, fondata secondo il criterio del male minore sulla riduzione dei rischi di eliminazione di embrioni e di impedire fecondazioni eterologhe – pur con tutti i limiti di una legge che ha come presupposto lo sradicamento della fecondazione dall’alveo naturale dell’utero della madre –, partiva dal punto dirimente che lo scenario sul quale si interveniva era un campo dove sino a quel punto tutto era stato lecito: l’embrione infatti non riceveva espressa dignità giuridica soggettiva, come invece ora dichiarato nel testo dell’articolo 1 della legge (formalmente ancora in vigore). Sarebbe stato utile che la Corte non avesse dimenticato questo stato di cose. E, comunque, ora il Parlamento è chiamato a non farlo: diversamente si finirebbe per fare il gioco di chi vuole demolire la legge per tornare al far west preesistente, di certo assai più redditizio per molti settori.
Ci sarà bisogno, infatti, di una nuova legge che stabilisca se solo uno dei due genitori intenzionali può accedere all’eterologa o se entrambi possano farlo; bisognerà poi decidere se il bambino avrà il diritto o meno a conoscere i propri genitori naturali, ed eventualmente anche i parenti più stretti (sorelle, fratelli), e quale legame si potrà stabilire fra loro.
Ci sarà bisogno di un registro come quello che già c’è in Gran Bretagna, che tenga conto dei nati da eterologa, per evitare che parenti stretti si uniscano a loro insaputa. Sarà poi necessario stabilire anche le modalità con cui organizzare le banche dei gameti: si sceglieranno anche in Italia, come avviene altrove, ovociti e spermatozoi su catalogo, in base alle caratteristiche fisiche, etniche o al grado di istruzione di chi li “offre”? E quella dei gameti sarà una “donazione” a tutti gli effetti, o si introdurranno le cosiddette “indennità” per i donatori, cioè forme di pagamento, senza le quali è molto difficile che giovani donne si sottopongano a trattamenti ormonali pesanti e a un successivo intervento chirurgico per “regalare” i propri ovociti a estranee? E fino a quante volte si potranno “donare” i propri gameti?
Purtroppo non si sta esagerando ma questi sono gli effettivi rischi che derivano dalla liberalizzazione incondizionata della eterologa!
Per non parlare poi del potenziale mercato degli ovuli, che è fiorente in mezza Europa, dalla Spagna ai Paesi dell’Est, anche dove viene affiliato al presunto “obbligo di gratuità” della donazione.
Ma chi mai si sottoporrebbe gratuitamente alla pratica, che comporta: un ciclo di stimolazione ovarica massiccia (con tanto di iniezioni sottocutanee da praticarsi nell’addome più volte al giorno) una visita ecografica a giorni alterni (per verificare che le ovaie stiano rispondendo al trattamento) e infine un intervento chirurgico di aspirazione degli ovuli (non troppo invasivo, ma che comunque richiede un ricovero, un’anestesia e un decorso post-operatorio). Il tutto per una durata di venti giorni. Così come accade nella pratica della fecondazione omologa.
Purtroppo in certi Paesi le donne che si trovano in una situazione di disagio economico e che cercano un guadagno si sottopongono a questi trattamenti… insomma la libertà di alcune donne che passa attraverso la schiavitù di altre.
Secondo il Journal of the American Medical Association soltanto negli Usa, dal 2000 al 2010, sono aumentate dal 70% a fronte di un crollo nell’età: a vender ovuli, cioè, sono sempre più le ventenni. Ci si paga affitti e studi, con gli ovociti. In Ucraina o in Cecoslovacchia ci si mantiene la famiglia. In India ci si mangia. Tanto che molte donne si sottopongono al trattamento anche decine di volte.
Ora potrà succedere anche in Italia. È l’altra faccia della medaglia dell’eterologa: davanti la presunta difesa dei diritti di coppie senza figli,  ma dietro i nuovi calvari umani dettati da bisogno e altrettanta sofferenza.