CIASCUN CONFUSAMENTE UN BENE APPRENDE NEL QUAL SI QUETI L’ANIMO E DISIRA (Dante, Purg. XVII)
La questione di fondo che Dante pone nei versetti del purgatorio - e che il percorso della mostra affronta e sviluppa - ha all’origine un fatto evidente e presentissimo in lui: l’uomo è sete di verità, è alla ricerca di un “bene” che possa compiere il suo desiderio di felicità. Questa ricerca non può non coinvolgere quel fattore, proprio dell’uomo, che esige la spiegazione adeguata e totale della realtà: la ragione.
“Spesso la grandezza mia consiste nel sentirmi infinitamente piccolo… e oltre i monti oltre i mari cerco qualcosa che per forza ha da esserci, altrimenti non mi spiegherei quest’ansia arcana che mi tiene e che mi fa sospirar le stelle”: la ragione, usata correttamente, conduce, l’uomo stesso alla percezione di qualcosa più grande di sé e da cui tutto dipende, il Mistero.
Nel corso del Medioevo, particolarmente splende la testimonianza di uomini, donne, Santi totalmente identificati con la coscienza di una ragione ”compiuta”, proprio perché disponibile ad accogliere l’iniziativa di Dio nella loro storia quotidiana.
Uomini e donne che resero spesso fecondi, operosi, veramente umani la vita, il pensiero e i luoghi di quegli anni che, paradossalmente, vengono definiti “secoli bui”!
Cosa accadde da un preciso momento storico in poi? Chi è rimasto tragicamente ingannato dalla promessa di un “lume” che avrebbe “elevato” l’uomo ad una piena comprensione di sé e della storia, liberando dall’ “oscurità” della fede e dal “giogo” della Chiesa?
Particolarmente da Cartesio in poi, attraversando tutto l’illuminismo, si è imposta e sviluppata un idea di ragione come “misura”, “creatrice” e “legislatrice”di tutto; negando alla ragione il suo dinamismo proprio, cioè quello di essere apertura leale alla realtà totalmente considerata, si è impoverita le ragione stessa, si è ridotto l’uomo e la sua vita.
Espressione di questo sono quelle “maschere”, quel “sorriso amaro”, quella “frammentarietà” e quindi quella perdita del proprio io, in balia del “così è se vi pare” che amaramente caratterizzano i personaggi pirandelliani.
Attraverso essi emerge inevitabilmente la elusione per l’assenza di una risposta vera a quella irriducibile “ansia arcana”.
Solo il Mistero che si fa Uomo, Gesù di Nazaret, può soddisfare pienamente quella “sete natural”, quella esigenza costitutiva di verità che l’uomo è.
Il Mistero attraverso il volto di Beatrice si rivela a Dante come il Bene “nel qual si queti l’animo”, l’Avvenimento che la Comapagnia della Chiesa vive e annuncia da duemila anni.
