HOME > Articoli vari > «I pazienti in stato vegetativo? Sono vivi. E vanno curati»

«I pazienti in stato vegetativo? Sono vivi. E vanno curati»

di Enrico Negrotti - Avvenire del 10 luglio 2008

Parla il geriatra Giovanni Guizzetti: «I giudici hanno trasformato Eluana in una malata terminale»
« Provo un senti­mento di angoscia e, come me­dico, credo che questa sentenza svaluti com­pletamente il senso della attività mia e della mia équipe». Giovanni Battista Guizzetti, geriatra, da 12 anni è respon­sabile del reparto Stati vegetativi al Centro Don Orione di Bergamo: «Credo che sia difficile im­maginare un atto più crudele nei confronti di un essere umano innocente».
La sentenza della Corte d’Appello di Milano au­torizza a sospendere alimentazione e idrata­zione a Eluana Englaro. Evidentemente ritiene, come voleva la Cassazione, che lo stato di in­coscienza sia irreversibile. È possibile stabilire questo parametro?
Lo stato vegetativo è una condizione difficile da definire e diagnosticare. Uno studio britannico (pubblicato sul British Medical Journal) indica­va nel 43% la quota di diagnosi errate, perché la condizione di stato vegetativo può essere stabi­lita solo con osservazioni ripetute, non attra­verso esami strumentali. E la task force di esperti che nel 1994 ha definito (sul New England Jour­nal of Medicine) gli aspetti medici dello stato ve­getativo ha puntualizzato che la diagnosi di per­manenza non ha valore di certezza, ma è solo di tipo probabilistico. In altri termini, nessun medico potrebbe dire una parola definitiva sul­la prognosi di un paziente in stato vegetativo, an­che se è vero che dopo un anno dall’evento ini­ziale le probabilità di una ripresa si riducono progressivamente. Esistono però casi riportati di tanto in tanto di persone che si sono riprese dopo decenni.
Si fa spesso riferimento allo stato di coscienza. Come si può determinare se e cosa sentono le
persone in stato vegetativo?

È praticamente impossibile saperlo. Lo scorso anno lo psichiatra Owen, di Cambridge, ha pub­blicato su Nature i risultati di uno studio con la risonanza magnetica funzionale, che indicava come una donna in stato vegetativo, cui veniva chiesto di muoversi per casa sua, pur senza da­re segni esteriori di capire, in realtà aveva in al­cune aree corticali le stesse reazioni di un sog­getto sano. Del resto anch’io ho assistito a casi di ripresa della coscienza anche a distanza di anni.
Che assistenza date ai vostri pazienti?
Non hanno bisogno di alte tecnologie, ma ven­gono seguiti con amore da tutta l’équipe, in par­ticolare dagli infermieri, che li lavano, li muo­vono, li nutrono, li profumano, li accudiscono: portano anche le mollette per fare la perma­nente. Anche i parenti, che sono sottoposti a stress fortissimi, si accorgono che negli anni il nostro impegno di cura verso i loro cari non vie­ne mai meno. Credo che tra gli scopi di un in­tervento medico non ci sia solo la guarigione, ma anche il mantenere in vita ed evitare peggiora­menti. Comunque esploriamo la possibilità di togliere la cannula tracheale, curiamo i decubi­ti, studiamo terapie innovative. La nostra è una riabilitazione estensiva: si punta a migliorare il confort di una persona indipendentemente dal suo deficit e mantenerlo nel tempo.
Fondamento della sentenza c’è il ritenere l’ali­mentazione artificiale un atto medico che si può rifiutare. Cosa ne pensa?
Che si tratta di un artificio, non è un trattamen­to che possa essere sospeso per nessun pazien­te. Anzi, è evidente che proprio la migliore assi­stenza possibile (che comprende l’alimenta­zione) è condizione necessaria, anche se non sufficiente, per lavorare a un recupero della co­scienza.
I giudici forniscono anche indicazioni prati­che: togliere il sondino nasogastrico in un ho­spice, somministrare sedativi, idratare le mu­cose e prevenire «l’eventuale disagio da caren­za di liquidi», curare l’igiene e l’abbigliamento. Che cosa vogliono dire?
La morte per disidratazione è dolorosa. Quindi si pensa di dare morfina. E il riferimento all’ho­spice è indicativo: non è una paziente termina­le, viene obbligata a diventarlo. Ma se lavorassi in un hospice, mi ribellerei dicendo: qui non ammazziamo la gente. Non si può chiedere que­sto a un medico, e poi dire che la paziente può avere il rossetto. Quanto al sondino nasogastri­co, mi meraviglio che dopo tanti anni non le sia stata praticata la Peg, intervento minimamen­te invasivo ma che evita inutili sofferenze.
I medici quindi potrebbero ricorrere all’obie­zione di coscienza?
Direi di sì perché si tratta di un’azione malvagia: non riesco a definire diversamente l’uccisione di un essere umano innocente.