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L’appello al genitore: «Se la considera ormai morta, ci consenta di tenerla con noi».

di Lucia Bellaspiga - Avvenire dell'11 luglio 2008

Nel parco della clinica spesso i genitori conducono la figlia all’aria aperta. E due amiche non l’hanno mai abbandonata
L’appello delle suore: lasciatela qui con noi
Da 14 anni le religiose la curano «come una figlia»

«Noi non sospenderemo mai l’ali­mentazione. Nel caso, venga il pa­dre a prenderla… Anche se vor­remmo dire al signor Englaro, se davvero la consi­dera morta, di lasciarla qui da noi: Eluana è parte anche della nostra famiglia». Da 14 anni le suore che gestiscono la casa di cura Monsignor Luigi Talamoni, a Lecco, accudiscono Eluana «quasi come una figlia». E, proprio come le centinaia di genitori che giorno e notte vivono accanto ai loro figli in stato vegetativo, ormai sanno captare o­gni suo bisogno, ogni tacita richiesta che esce da­gli impercettibili segnali di quella vita silente. In particolare suor Rosangela, che vive in simbiosi con lei: «Lei intuisce subito se Eluana ha mal di pancia, se ha male all’orecchio…», racconta al sito della diocesi di Milano «Incrocinews» la responsa­bile della clinica, suor Albina Corti. La stessa che ieri aveva firmato un avviso messo in bella vista al­l’ingresso: “Si comunica ai signori giornalisti che nessuna suora né medico è autorizzato a dare infor­mazioni”. Eluana protetta, ora anche di più.
In questa struttura è arrivata nel 1994, due anni dopo l’incidente, e il motivo per cui i genitori han­no supplicato che venisse accolta proprio dalle suore Misericordine oggi ha il sapore di un tristis­simo contrappasso: «Eluana era nata qui», spiega suor Albina. Dietro alle finestre, nella penombra, la giovane vive forse le sue ultime giornate proprio nel luogo in cui è venuta alla luce. «No, non sare­mo certo noi a sospendere l’alimentazione e l’i­dratazione. Il signor Englaro la lasci a noi, se ormai la considera morta…».
Perché, per chi sempre le sta accanto, Eluana mor­ta non è, anzi, «in tutto questo tempo, dal 1994 a oggi, non le abbiamo mai prestato particolare cu­re mediche», è bastato darle da mangiare e da be­re, come a un neonato, come a qualsiasi persona non minata da malattie terminali ma nemmeno capace di badare a se stessa. Non soffre, Eluana, «è in buone condizioni di salute, alimentata con il sondino naso-gastrico durante la notte». Perché di giorno, se vi aggiraste nel giardino che circonda la villa, a pochi metri dalle sponde del lago di Como, di giorno potreste incontrarla mentre i parenti, o le amiche, o le suore la portano al sole sulla carroz­zella. «Fisiologicamente ha tutte le funzioni sane ­continua la responsabile della clinica - , tutte le mat­tine viene alzata dal letto, lavata, messa in poltro­na. Quotidianamente la portiamo in palestra, do­ve c’è un fisioterapista che le pratica la riabilitazio­ne passiva. In stanza c’è spesso la radio accesa con la musica…». E qualche volta, «soprattutto se a par­larle è suor Rosangela», muove anche gli occhi, an­che se non è in grado di compiere altri movimenti. È il dubbio di qualsiasi genitore che abbia accudi­to per anni o decenni un figlio in coma, o forse l’in­tima certezza: che «probabilmente riesca a com­prendere… Io penso di sì, anche se clinicamente di­cono di no». Nessuna cura particolare, dunque. So­lo acqua e cibo. Altro non chiede e di altro non ne­cessita. Come un neonato. La sua casa ormai è u­na stanzetta singola nel reparto di riabilitazione del­le suore. Alle pareti le foto di prima dell’incidente avvenuto il 18 gennaio 1992, quando Eluana era bellissima e felice. «E bellissima è ancora!», reagi­scono le suore. È qui, dove Eluana è venuta alla vita ormai 37 anni fa, che mamma e papà spesso la accompagnano in giardino. Qui regolarmente vengono due amiche: non l’hanno mai abbandonata.
Nella piccola cappella, fresco rifugio al caldo ma anche ai dolorosi pensieri degli uomini, ieri le suo­re pregavano in silenzio.
La giovane vive dal 1994 nella stessa clinica in cui nacque.