L’appello al genitore: «Se la considera ormai morta, ci consenta di tenerla con noi».
Nel parco della clinica spesso i genitori conducono la figlia all’aria aperta. E due amiche non l’hanno mai abbandonata
L’appello delle suore: lasciatela qui con noi
Da 14 anni le religiose la curano «come una figlia»
«Noi non sospenderemo mai l’alimentazione. Nel caso, venga il padre a prenderla… Anche se vorremmo dire al signor Englaro, se davvero la considera morta, di lasciarla qui da noi: Eluana è parte anche della nostra famiglia». Da 14 anni le suore che gestiscono la casa di cura Monsignor Luigi Talamoni, a Lecco, accudiscono Eluana «quasi come una figlia». E, proprio come le centinaia di genitori che giorno e notte vivono accanto ai loro figli in stato vegetativo, ormai sanno captare ogni suo bisogno, ogni tacita richiesta che esce dagli impercettibili segnali di quella vita silente. In particolare suor Rosangela, che vive in simbiosi con lei: «Lei intuisce subito se Eluana ha mal di pancia, se ha male all’orecchio…», racconta al sito della diocesi di Milano «Incrocinews» la responsabile della clinica, suor Albina Corti. La stessa che ieri aveva firmato un avviso messo in bella vista all’ingresso: “Si comunica ai signori giornalisti che nessuna suora né medico è autorizzato a dare informazioni”. Eluana protetta, ora anche di più.
In questa struttura è arrivata nel 1994, due anni dopo l’incidente, e il motivo per cui i genitori hanno supplicato che venisse accolta proprio dalle suore Misericordine oggi ha il sapore di un tristissimo contrappasso: «Eluana era nata qui», spiega suor Albina. Dietro alle finestre, nella penombra, la giovane vive forse le sue ultime giornate proprio nel luogo in cui è venuta alla luce. «No, non saremo certo noi a sospendere l’alimentazione e l’idratazione. Il signor Englaro la lasci a noi, se ormai la considera morta…».
Perché, per chi sempre le sta accanto, Eluana morta non è, anzi, «in tutto questo tempo, dal 1994 a oggi, non le abbiamo mai prestato particolare cure mediche», è bastato darle da mangiare e da bere, come a un neonato, come a qualsiasi persona non minata da malattie terminali ma nemmeno capace di badare a se stessa. Non soffre, Eluana, «è in buone condizioni di salute, alimentata con il sondino naso-gastrico durante la notte». Perché di giorno, se vi aggiraste nel giardino che circonda la villa, a pochi metri dalle sponde del lago di Como, di giorno potreste incontrarla mentre i parenti, o le amiche, o le suore la portano al sole sulla carrozzella. «Fisiologicamente ha tutte le funzioni sane continua la responsabile della clinica - , tutte le mattine viene alzata dal letto, lavata, messa in poltrona. Quotidianamente la portiamo in palestra, dove c’è un fisioterapista che le pratica la riabilitazione passiva. In stanza c’è spesso la radio accesa con la musica…». E qualche volta, «soprattutto se a parlarle è suor Rosangela», muove anche gli occhi, anche se non è in grado di compiere altri movimenti. È il dubbio di qualsiasi genitore che abbia accudito per anni o decenni un figlio in coma, o forse l’intima certezza: che «probabilmente riesca a comprendere… Io penso di sì, anche se clinicamente dicono di no». Nessuna cura particolare, dunque. Solo acqua e cibo. Altro non chiede e di altro non necessita. Come un neonato. La sua casa ormai è una stanzetta singola nel reparto di riabilitazione delle suore. Alle pareti le foto di prima dell’incidente avvenuto il 18 gennaio 1992, quando Eluana era bellissima e felice. «E bellissima è ancora!», reagiscono le suore. È qui, dove Eluana è venuta alla vita ormai 37 anni fa, che mamma e papà spesso la accompagnano in giardino. Qui regolarmente vengono due amiche: non l’hanno mai abbandonata.
Nella piccola cappella, fresco rifugio al caldo ma anche ai dolorosi pensieri degli uomini, ieri le suore pregavano in silenzio.
La giovane vive dal 1994 nella stessa clinica in cui nacque.
