Non si spezzi la tavola dei popoli fratelli
Sono i georgiani che hanno insegnato ai russi la tradizione del brindisi: un rito accurato e lungo, affidato all’anziano tamadà, che si intreccia nei significati con l’adagio italiano che ferma il tempo a tavola, luogo dove non si invecchia. Ma la tavola dei fratelli russi e georgiani oggi si è quasi spezzata e la lunga storia, fatta certamente di conflitti, ma anche di intensi scambi e di comuni interessi, sembra affievolirsi e perdersi. Anzi i legami e le connesse speranze che lentamente stavano crescendo dietro la vetrina mediatica si dissolvono nuovamente, lasciando desolazione e morte in Ossezia, Abkhazia, Georgia, Russia, ma l’elenco potrebbe continuare, snodandosi tra le aspre montagne caucasiche, dove restano incastonati dolori e odii, tracciando un itinerario che dal Mar Nero giunge al Caspio, collegando decine di popoli e di lingue.
Sotto una cappa di umiliazione cocente, un’altra generazione, quella che aveva solo nei ricordi d’infanzia gli ultimi carri armati passati sotto casa, rischia nuovamente di lasciare gli studi e il futuro per indossare una divisa e sparare contro un nemico che interessi diversi costruiscono o addirittura inventano. Ma i popoli non hanno nemici. E il futuro di pace può venire dalle giovani generazioni che lo vogliono sopra ogni cosa. Molto più di qualche metro di terra o di qualche barile di petrolio.
Su questa nuova frattura in atto, che ci riguarda molto più di quanto l’opinione pubblica non creda, si è levata la voce del Papa. Ancor più forte, per contrasto con gli interventi imbarazzati di tanti e i disorientati silenzi di troppi altri. Lo sguardo di Benedetto XVI dovrebbe essere un po’ lo sguardo di tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’umanità e specialmente di questa parte di Europa che in una manciata di chilometri diventa Asia. Uno sguardo che vede e indica la «comune eredità cristiana» dei popoli coinvolti, come sostanza su cui fondare una convivenza rispettosa e pacifica.
I monasteri germogliano da secoli sulle montagne caucasiche come nella steppa russa e le fioriture d’arte sacra si richiamano con un linguaggio unico, sopravvissuto alla stagione della persecuzione sovietica, come il pane che sta sotto la neve. Comune eredità cristiana, appunto, che aveva raccolto eredità più antiche. La cultura greco-romana, infatti, è fierezza per entrambi i popoli. Mosca non dimentica mai di chiamarsi la ‘terza Roma’ e i georgiani custodiscono con orgoglio la stele che indica il confine dell’impero di Traiano. Le case che si affacciano su quel simbolo hanno addirittura un valore commerciale aggiunto. Comune eredità che sembra d’improvviso polverizzarsi pur affondando le radici addirittura nell’antica cultura classica. Cultura che pur sapeva deporre le armi quando il tedoforo accendeva ad Olimpia il fuoco dei giochi. Sembra che il seme della barbarie prenda forza e annichilisca la faticosa crescita culturale che traversa i secoli, togliendo peraltro l’illusione che il progresso sia automatico. La coscienza, se non vigila, si assuefà, ritenendo normale la convivenza del tempo della pace e della guerra. Il mondo sembra diventato un immenso centro commerciale dove, entrando, si può trovare di tutto. E quell’abbraccio sul podio olimpico tra l’atleta russa e quella georgiana, che balenava sullo sfondo già opaco dei diritti umani calpestati, sembra sbiadirsi tra i fuochi del conflitto. Adesso, alla conta dei morti, rischia di diventare un simbolo svuotato, un simulacro insopportabile per la coscienza. Il volo del tedoforo si schianta sull’immagine che adesso ruba la prima pagine: il dolore di un uomo col proprio caro morto tra le braccia. Su questa scena di pietà, l’Olimpiade è un fondale lacerato. Nello squarcio aperto dall’ennesima ferita di guerra, molti dubbi ci assalgono mentre si rafforza una certezza: non c’è futuro senza una cultura fondata sui diritti dell’uomo.
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