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Omelia nella chie­sa del Centro giovanile San Lorenzo in Pisci­bus

È per me una grande gioia poter com­memorare insieme con voi, in questa bella chiesa romanica, il 25° anniver­sario del Centro Internazionale Giovanile San Lorenzo, voluto dall’amato Papa Gio­vanni Paolo II in prossimità della Basilica di San Pietro e da lui inaugurato il 13 marzo del 1983. La santa Messa che qui viene celebra­ta ogni venerdì sera costituisce per molti gio­vani, venuti da varie parti del mondo per stu­diare nelle università romane, un importante appuntamento spirituale e una significativa occasione per prendere contatto con cardi­nali e vescovi della Curia romana, come pu­re con vescovi dei cinque continenti di pas­saggio a Roma per le loro visite ad limina. Sono venuto qui, come avete ricordato, non poche volte anch’io a celebrare l’Eucaristia quando ero prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ed è stata sempre una bella esperienza incontrare ragazzi e ragaz­ze di tante regioni della terra che in questo Centro trovano un importante punto di ac­coglienza e di riferimento.
Ed è proprio a voi, cari giovani, che rivolgo anzitutto il mio cordiale saluto, ringrazian­dovi per la calorosa accoglienza che mi ave­te riservato. Saluto inoltre tutti voi che ave­te voluto intervenire a questa solenne, e ad un tempo familiare, celebrazione. Saluto in modo speciale i signori cardinali e i presuli presenti. Tra di essi permettete che citi in particolare il cardinale Paul Josef Cordes, ti­tolare di questa chiesa di San Lorenzo in Pi­scibus, ed il cardinale Stanislaw Rylko, pre­sidente del Pontificio consiglio per i laici, che ringrazio per le gentili espressioni di benve­nuto rivoltemi all’inizio della santa Messa, in­sieme ai due portavoce dei giovani. Saluto monsignor Josef Clemens, segretario del Pontificio consiglio, l’équipe di giovani, sa­cerdoti e seminaristi che animano questo Centro sotto la guida della sezione giovani del medesimo dicastero, e quanti a vario ti­tolo offrono il loro apporto. Mi riferisco alle associazioni, ai movimenti e alle eomunità qui rappresentate, con una menzione sp­e­È ciale per la comunità dell’Emmanuele, che da vent’anni coordina con grande fedeltà le diverse iniziative e che ha creato una Scuo­la di missione a Roma, da cui provengono al­cuni dei giovani qui presenti. Saluto inoltre i cappellani e i volontari che qui hanno la­vorato nei passati venticinque anni al servi­zio della gioventù. A tutti e ciascuno il mio affettuoso saluto.
Veniamo adesso al Vangelo di questo giorno dedicato ad un tema grande, fondamenta­le: che cosa è la vita? che cosa è la morte? co­me vivere? come morire? San Giovanni, per farci meglio capire questo mistero della vita e la risposta di Gesù, usa per questa unica realtà della vita due parole diverse, per indi­care le diverse dimensioni di questa realtà “vita”: la parola bíos e la parola zoé. Bíos, co­me si capisce facilmente, significa questo grande biocosmo, questa biosfera che va dal­le singole cellule primitive fino agli organi­smi più organizzati, più sviluppati; questo grande albero della vita, nel quale tutte le possibilità di questa realtà bíos si sono svi­luppate. A questo albero della vita appartiene l’uomo; egli fa parte di questo cosmo della vita che comincia con un mi­racolo: nella materia i­nerte si sviluppa un cen­tro vitale; la realtà che noi chiamiamo organismo.
Ma l’uomo, pur essendo parte di questo grande biocosmo, lo trascende perché è parte pure di quella realtà che san Giovanni chiama zoé. È un nuovo livello della vita, in cui l’essere si apre alla conoscenza. Certo, l’uomo è sem­pre uomo con tutta la sua dignità, anche se in stato di coma, anche se allo stadio di em­brione, ma se egli vive solo biologicamente, non sono realizzate e sviluppate tutte le po­tenzialità del suo essere. L’uomo è chiama­to ad aprirsi a nuove dimensioni. Egli è un essere che conosce. Certo anche gli animali conoscono, ma solo le cose che sono inte­ressanti per la loro vita biologica. La cono­scenza dell’uomo va oltre; egli vuol cono­scere tutto, tutta la realtà, la realtà nella sua totalità; vuol sapere che cosa è questo suo es­sere e che cosa è il mondo. Ha sete di una co­noscenza dell’infinito, vuole arrivare alla fon­te della vita, vuole bere a questa fonte, tro­vare la vita stessa. E abbiamo toccato così u­na seconda dimensione: l’uomo non è solo un essere che conosce; egli vive anche in re­lazione di amicizia, di amore. Oltre alla di­mensione della conoscenza della verità e del­l’essere, esiste, inseparabile da questa, la di­mensione della relazione, dell’amore. E qui l’uomo si avvicina maggiormente alla fonte della vita, dalla quale vuol bere per avere la vita in abbondanza, per avere la vita stessa. Potremmo dire che tutta la scienza è un’u­nica grande lotta per la vita; lo è soprattutto la medicina. In fin dei conti, la medicina è ri­cerca di contrapporsi alla morte, è ricerca dell’immortalità. Ma possiamo trovare la me­dicina che ci assicuri l’immortalità? È proprio questa la questione del Vangelo di oggi. Pro­viamo ad immaginare che la medicina arri­vi a trovare la ricetta contro la morte, la ri­cetta dell’immortalità. Anche in quel caso, si tratterebbe pur sem­pre di una medicina che si collocherebbe entro la biosfera, una medicina certamente utile anche per la nostra vita spiri­tuale e umana, ma di per sé una medicina confi­nata entro questa bio­sfera. È facile immagina­re quel che succedereb­be se la vita biologica dell’uomo fosse senza fi­ne, fosse immortale: ci ritroveremmo in un mondo invecchiato, un mondo pieno di vec­chi, un mondo che non lascerebbe più spa­zio ai giovani, al rinnovarsi della vita. Com­prendiamo così che questo non può essere quel tipo di immortalità a cui aspiriamo; non è questa la possibilità di bere alla fonte del­la vita che noi tutti desideriamo. Proprio a questo punto in cui, da una parte, capiamo di non poter sperare in un prolungamento infinito della vita biologica e tuttavia, dal­­l’altra, desideriamo bere alla fonte stessa del­la vita per godere di una vita senza fine, pro­prio a questo punto interviene il Signore e ci parla nel Vangelo dicendo: «Io sono la Ri­surrezione e la Vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno». “Io sono la Risurre­zione”: bere alla fonte della vita è entrare in comunione con questo amore infinito che è la fonte della vita. Incontrando Cristo, en­triamo in contatto, anzi in comunione, con la vita stessa e abbiamo già attraversato la soglia della morte, perché siamo in contat­to, al di là della vita biologica, con la vita ve­ra.
I padri della Chiesa hanno chiamato l’Euca­ristia farmaco dell’immortalità. Ed è così, perché nell’Eucaristia entriamo in contatto, anzi in comunione, con il corpo risorto di Cristo, entriamo nello spazio della vita già risorta, della vita eterna. Entriamo in comu­nione con questo corpo che è animato dal­la vita immortale e siamo così già da ora e per sempre nello spazio della vita stessa. E così questo Vangelo è anche una profonda inter­pretazione di che cos’è l’Eucaristia e ci invi­ta a vivere realmente dell’Eucaristia per po­ter essere così trasformati nella comunione dell’amore. Questa è la vera vita. Il Signore nel Vangelo di Giovanni dice: “Io sono venu­to perché abbiano la vita e l’abbiano in ab­bondanza”. Vita in abbondanza non è, come alcuni pensano, consumare tutto, avere tut­to, poter fare tutto ciò che si vuole. In quel caso vivremmo per le cose morte, vivrem­mo per la morte. Vita in abbondanza è esse­re in comunione con la vera vita, con l’amo­re infinito. È così che entriamo realmente nell’abbondanza della vita e diveniamo por­tatori della vita anche per gli altri.
I prigionieri di guerra che erano in Russia per dieci anni e più, esposti al freddo e alla fame, dopo essere ritornati hanno detto: «Po­tevo sopravvivere perché sapevo di essere a­spettato. Sapevo che c’erano persone che mi aspettavano, che ero necessario e atteso». Questo amore che li aspettava è stata l’effi­cace medicina della vita contro tutti i mali. In realtà, noi tutti siamo aspettati. Il Signore ci aspetta e non solo ci aspetta; è presente e ci tende la mano. Accettiamo la mano del Si­gnore e preghiamolo di concederci di vive­re realmente, di vivere l’abbondanza della vita e di poter così comunicare anche ai no­stri contemporanei la vera vita, la vita in ab­bondanza.
Amen
Benedetto XVI