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Se non fossi tuo, o Cristo, avrei subito un’ingiustizia

Brano di Nicolino Pompei
Tratto dall’intervento “Senza di me non potete fare nulla”

Desidero ora proporvi una poesia scritta da san Gregorio Nazianzeno, che ritengo possa abbracciare e racchiudere tutto il nostro incontro. Con un linguaggio molto struggente e audace, Gregorio si rivolge a Gesù dicendo: “Che tirannide è questa? Sono entrato nella vita: bene. Ma perché sono sballottato dai marosi della vita? Dirò una parola, certo audace, ma egualmente la dirò: se non fossi tuo, avrei subito un’ingiustizia, Cristo mio. Siamo generati, abbiamo fame, ci saziamo. Ho sonno, mi addormento, mi sveglio, cammino. Siamo ammalati, siamo in buona salute, piaceri, sofferenze. A suo tempo godere del sole, dei prodotti della terra, morire, marcire nella carne: questa è pure la condizione delle bestie, che sono certo prive di nobiltà, ma egualmente di colpa. Che cosa dunque ho io in più? Nulla, tranne Dio. Se non fossi tuo, avrei subito un’ingiustizia, Cristo mio”. La genialità e il fascino di queste parole scaturiscono dalla loro capacità di descrivere e di farci sentire, con una immediatezza disarmante, la condizione dell’uomo, dell’esperienza umana senza Cristo. Gregorio riconosce che la vita è buona: “sono entrato nella vita: bene”. Ma che cos’è la vita per chi non incontra e non riconosce Gesù? Una tirannide, risponde immediatamente. Ma come, la vita non è bella di per sé? certamente nella sua origine, nella sua prima percezione originale, sembra dire Gregorio. Ma poi arrivano le ondate, i marosi che la sballottano pesantemente. e la vita risulta una tirannide fatta di una ciclicità di eventi e di bisogni senza fine e senza senso. Aver fame, saziarsi per poi aver fame di nuovo e allora mangiare ancora. Aver sonno, dormire, svegliarsi, per poi aver sonno di nuovo, e via che si ricomincia. Star bene e star male, ammalarsi e guarire, piaceri e dolori che si succedono… si nasce, magari si gioisce della luce del sole e delle buone cose che produce la terra; però poi si muore e si va sottoterra a marcire. Non ti va bene? Assolutamente no, risponde con forza Gregorio. Questa vita andrà bene per gli animali ma non per me, perché non siamo animali e non possiamo accontentarci di una vita da bestie. Ed è in questo momento che san Gregorio, in maniera commovente, fa emergere tutta la certezza del suo cuore attraverso la struggente affermazione: “se non fossi tuo, o Cristo, avrei subito un’ingiustizia”. Gregorio utilizza un periodo ipotetico non perché la presenza di Cristo e il fatto di appartenergli siano per lui un’ipotesi, ma perché gli serve a far sentire con più forza la realtà di questo avvenimento che in lui è una certezza. Senza Cristo, senza la redenzione operata da Cristo non vi sarebbe nessuna differenza tra l’uomo e la bestia. Sarebbe un’ingiustizia se non ci fosse la presenza di Cristo e se la nostra vita non appartenesse a lui. Un’ingiustizia in rapporto alla natura umana e al bisogno più profondo dell’uomo: “ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”, afferma sant’Agostino. Saremmo sballottati dai marosi della vita, schiacciati dentro i nostri limiti e le nostre fragilità, nella tirannide della ciclicità naturale dell’esistenza umana. Per fare la stessa fine degli animali. Che cosa abbiamo più degli animali, che cosa ci strappa da una vita meramente naturalistica e soggiogata da una ciclicità senza fine, che attende solo la morte? Nulla, niente e nessuno, tranne Cristo. Ma Cristo c’è, dunque l’uomo ha tutto ed è salvato in tutta la sua dimensione umana. In Cristo presente e risorto l’uomo ha tutto, ma senza di lui non ha niente, non può niente, non può fare e vivere nulla. Senza quella totalità che forma e segna tutto il suo desiderio, l’uomo non può vivere. Non può fare a meno di quella totalità che urge continuamente dentro di lui. La vita è insopportabile senza questa totalità. Cristo è la presenza di questa totalità, a cui apparteniamo originalmente e che ci permette di attaccargli la vita. In queste struggenti parole si riafferma tutta la realtà e la verità dell’immagine della vite e del tralcio che Gesù ha usato. Della necessità della vite senza la quale il tralcio, non solo non è niente, ma serve solo per essere bruciato. Possiamo dire, allora, con certezza che questa poesia di san Gregorio è un appassionato, ardente e commosso rendimento di grazie a Gesù. Che può solo favorire in noi la medesima commozione e gratitudine per la grazia e il dono della santa Chiesa e della nostra Compagnia in essa. Per la grazia e il dono di un gesto come quello che stiamo vivendo, attraverso cui la presenza di Gesù risorto continua a venirci incontro e a provocare la nostra vita perché sia lui, solo lui, l’avvenimento dominante che la decide in ogni suo istante. sia lui la presenza a cui attaccare, lasciar attaccare la nostra vita per l’esperienza della sua massima realizzazione, della sua massima capacità umana, per il suo massimo compimento, per la sua massima esaltazione e qualificazione: per la sua felicità. Allora, ci dice sant’Agostino: “Sia il Signore Iddio tuo la tua speranza; non sperare qualcosa dal Signore Dio tuo, ma lo stesso tuo Signore sia la tua speranza. Molti da Dio sperano qualcosa al di fuori di lui; ma tu cerca lo stesso tuo Dio… Egli sarà il tuo amore”. E continua Agostino domandandoci: “Qual è allora l’oggetto della nostra speranza… Qual è? È la terra? No. Qualcosa che deriva dalla terra, come l’oro, l’argento, l’albero, la messe, l’acqua? Niente di queste cose. Qualcosa che voli nello spazio? L’anima lo respinge. È forse il cielo così bello e ornato di astri luminosi? Tra queste cose visibili che c’è infatti di più dilettevole, di più bello? No, non è neppure questo. E cos’è? Queste cose piacciono, sono belle queste cose, sono buone queste cose: ricerca chi le ha fatte, egli è la tua speranza… Digli: tu sei la mia speranza”. Solo lui è l’oggetto proprio del desiderio, solo lui quindi è la presenza in grado di soddisfare e compiere l’esigenza del nostro cuore. E tutta la realtà in ogni suo fattore ne è solo il segno, ne è il richiamo e il rimando stabilito e concreto per imparare a riconoscerlo, per rapportarsi con lui, lasciarci richiamare a lui, per adorarlo e lasciarci attaccare a lui. Solo lui quindi può essere il nostro desiderio e la nostra affezione dentro ogni rapporto e circostanza. Solo per questo attaccamento a lui siamo chiamati ad essere amici, ad essere nell’esperienza di una cattolica amicizia, in cui emerga evidente il legame e il frutto del suo amore. Perché nella realtà e nella visibilità di come ci sosterremo, ci ameremo e saremo uniti in lui, il mondo possa riconoscere la sua presenza. Allora, un’ultima verifica e il frutto più evidente di questo attaccamento è quello di non poter fare a meno di tornare da Gesù. Di non poter fare a meno di sentirlo parlare ora e in ogni ora. Di non poter fare a meno di attendere lui e di attendere tutto da lui. Perché solo dalla sua presenza può sorgere e sovrabbondare quella vita nuova e in abbondanza, quell’amore inaudito e quell’unità reale che mostra tangibilmente e in maniera persuasiva, non solo che senza di lui non si può vivere nulla, ma che cosa si perde a vivere senza di lui. Che cosa si perde proprio come capacità, apertura, intensità e profondità, come intelligenza e libertà, come simpatia e passione, come gioia, amore e fecondità. In un passaggio, il libro “imitazione di Cristo” afferma: “Quando non cerca Gesù, l’uomo è a se stesso più dannoso che tutto il mondo e tutti i nemici messi insieme. Quando è vicino Gesù, tutto ci appare buono, nulla ci riesce difficile; quando è lontano, tutto è insopportabile. Le consolazioni non bastano quando Gesù non parla dentro di noi; ma se lui ci dice una sola parola, la nostra consolazione è infinita… Quanto siamo aridi e duri di cuore senza di lui! Quanto sciocchi e vani siamo, quando desideriamo qualcosa che non è lui! Non è questo un danno maggiore che se perdessimo tutto il mondo? E che cosa il mondo può darci senza Gesù? Essere senza Gesù è un inferno amaro, essere con lui è un dolce paradiso. Nessun nemico mai potrebbe farti alcun male, se tu avessi sempre vicino Gesù. Chi trova Gesù, trova un grande tesoro, anzi il più fra tutti i tesori. E chi perde Gesù, perde più assai di tutto il mondo. Chi vive senza Gesù è il più povero degli esseri umani, mentre chi lo trova può ben dirsi il più ricco. Grande arte è saper stare con Gesù, e grande accortezza è il saperselo conservare”. Per questo, scrive sant’Ambrogio: “Se desideri medicare le tue ferite egli è il medico. Se bruci di febbre, egli è la sorgente ristoratrice. Se sei oppresso dalla colpa, egli è la giustizia. Se hai bisogno di aiuto, egli è la forza. Se temi la morte, egli è la vita. Se desideri il cielo, egli è la via. Se fuggi le tenebre, egli è la luce. Se cerchi il cibo, egli è il nutrimento. Gustate, dunque, e vedete quanto è buono il Signore. Felice l’uomo che spera solo in lui”.

Nicolino Pompei