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All’Onu l’Italia ha votato “no” alla famiglia

di Anna Bono - La nuova bussola quotidiana - 09/07/14

Il 25 giugno il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, in occasione del ventesimo anniversario dell’Anno internazionale della famiglia, istituito nel 1994, ha deciso di organizzare una tavola rotonda sulla protezione della famiglia e dei suoi membri. Nel testo della risoluzione approvata dal Consiglio si leggono le motivazioni. Il Consiglio afferma che “incombe in primo luogo agli Stati di promuovere e proteggere i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali di tutti gli esseri umani, in particolare delle donne, dei bambini e degli anziani”; si dichiara “cosciente che spetta alla famiglia in primo luogo allevare e proteggere i bambini e che essi, per poter raggiungere una completa e armoniosa maturazione della loro personalità, devono crescere in un quadro famigliare e in un’atmosfera di felicità, amore e comprensione”; si dice “convinto che la famiglia, unità fondamentale della società e ambiente naturale per la crescita e il benessere di tutti i suoi membri e in particolare dei bambini, deve ricevere la protezione e l’assistenza di cui ha bisogno per poter assumere in pieno il suo ruolo nella comunità”; e infine riafferma che “la famiglia è l’elemento naturale e fondamentale della società e che essa ha diritto alla protezione della società e dello Stato”.

Dati i contenuti, ci si aspetterebbe che la risoluzione fosse stata votata all’unanimità. Invece l’hanno approvata soltanto 26 dei 47 stati che compongono il Consiglio: sei gli astenuti e 14 i contrari, assente Cuba.
Spiccano tra i voti a favore quelli dell’Africa, rappresentata nel Consiglio da 13 paesi tutti concordi nell’approvare la risoluzione. Favorevoli inoltre si sono dichiarati tra gli altri Cina, India, Indonesia, Russia, Arabia Saudita e Pakistan.
Hanno votato contro tutti gli stati che rappresentano l’Occidente: Italia, Germania, Austria, Stati Uniti, Francia, Irlanda e Gran Bretagna.
Il loro voto contrario, insieme a quello di Cile, Estonia, Giappone, Montenegro, Repubblica di Corea, Repubblica Ceca e Romania, è motivato dal fatto che nel testo della risoluzione si parla solo di “famiglia”. Gli stati contrari alla risoluzione hanno infatti chiesto per mesi che nel testo si aggiungessero alla famiglia “altri tipi di unione” oppure si usasse, invece che “famiglia”, l’espressione “varie forme di famiglia”.
Il Consiglio non ha accolto queste richieste cedendo a chi vuole “imporre un modello unico di famiglia”, ha spiegato il rappresentante della Gran Bretagna. Esistono invece “miriadi di strutture famigliari” ha aggiunto il rappresentante degli Stati Uniti. Dello stesso parere si è detta l’Argentina, poi astenutasi, secondo cui così tante sono le strutture famigliari da rendere impossibile una definizione di famiglia. La Germania inoltre ha criticato il fatto che nel testo non si parli delle violazioni dei diritti umani commessi nelle famiglie.
Sono motivazioni assai poco convincenti. Che l’istituzione famigliare si declini se non in “miriadi”, certo in molteplici forme diverse (monogamica, poliginica, nucleare, allargata…) è risaputo e ammesso. Si dice “famiglia” e tutte si comprendono, per poi specificare solo quando si da il caso.
Colpiscono a maggior ragione le ragioni del “no” italiano a una risoluzione che semplicemente impegna a proteggere la famiglia per ragioni così condivisibili come la tutela dei diritti umani e in particolare delle categorie sociali più deboli. Il quotidiano Avvenire, che ha interpellato il Ministero degli Affari Esteri in proposito, riporta: “la Farnesina ha fatto sapere che nella decisione di voto è stata data priorità al principio della solidarietà europea e occidentale; un rifiuto di disgregare il fronte europeo che il Ministero degli Esteri considera essenziale, soprattutto in coincidenza con l’inizio del semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’UE, per sostenere alcune importanti iniziative europee alle Nazioni Unite come quelle sulla libertà di religione e la protezione delle minoranze religiose o quella sulla moratoria della pena di morte”. Inoltre la Farnesina avrebbe fatto rilevare che tra i proponenti del testo approvato figurano paesi che “hanno una concezione molto particolare di famiglia”.
Si potrebbe obiettare innanzi tutto che, proprio perché inizia il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea, un segnale forte dall’Italia in difesa dei diritti umani e della famiglia sarebbe stato opportuno e incisivo. In secondo luogo fa pensare il criterio di schierarsi comunque contro paesi di cui non si condividono certe caratteristiche e allinearsi, a prescindere, con i paesi affini: specie quando si tratta di una questione come la difesa della famiglia di cui la nostra costituzione riconosce i diritti “come società naturale fondata sul matrimonio”. Quanto alla “concezione molto particolare di famiglia” di certi paesi, il senso della famiglia, ad esempio in Pakistan e Arabia Saudita, è molto forte e saldo: al punto – ed è questo caso mai che li differenzia dall’Occidente – da scegliere di sacrificare i suoi membri per garantirne la sopravvivenza, la salvaguardia e la perpetuazione (con istituzioni quali il matrimonio imposto e l’omicidio d’onore). Proprio per questo però sarebbe valsa la pena di approvare una risoluzione in cui anche quei paesi invocano la protezione della famiglia come luogo d’amore e comprensione, nell’interesse prima di tutto dei bambini, e riconoscono che compito di uno stato è difendere i diritti umani, soprattutto di donne, bambini e anziani.