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Asia Bibi, cinque anni fa la condanna.

- Tempi - 19/06/14

La donna cristiana aspetta in carcere il processo d’appello. Ma alcuni giovani musulmani si stanno muovendo per lei

Era il 19 giugno del 2009 quando fu arrestata in Pakistan una giovane donna cristiana: pochi giorni prima Asia Bibi, il suo nome, aveva interrotto il suo lavoro nei campi per prendere dell’acqua e, dopo averne offerta alle donne musulmane che lavoravano con lei, fu accusata di aver infettato la fonte, e di essere quindi blasfema. Dopo cinque anni esatti la donna è ancora in carcere, a 31 mesi dalla prima sentenza, in attesa di un processo d’appello che continua ad essere rinviato tra i timori dei giudici che dovrebbero giudicarla. E dietro alla vicenda giuridica c’è la testimonianza di una donna profondamente legata alla sua fede, mai rinnegata in questi anni di prigione. Ad aver portato Asia Bibi dietro le barre una legge, quella sulla blasfemia, ritenuta da molti ingiusta, troppo spesso usata in maniera pretestuosa. Anche per questo caso che, dopo che lo scorso 27 maggio è stato depennato dal calendario delle udienze dell’Alta Corte di Lahore, pare essersi nuovamente arenato, chissà fino a quando. «Purtroppo dal punto di vista giuridico domina l’immobilità», è il commento di padre Bernardo Cervellera, direttore dell’agenzia di stampa AsiaNews, che a Tempi.it fa il punto sulla vicenda di Asia Bibi.

Cervellera, che spiragli vede alla vicenda giudiziaria di Asia Bibi?
Purtroppo ancora non si muove nulla, poiché non si riescono a trovare i giudici per fare il processo d’appello. Questi continuano a subire minacce, e temono di finire ammazzati come già accaduto ad altre persone che si sono interessate ad Asia Bibi: ad esempio il governatore musulmano del Punjaab, Salman Taseer, o il ministro per le minoranze Shahbaz Bhatti, entrambi assassinati. Quello che però ad AsiaNews registriamo è che nella società civile c’è una crescente partecipazione dei musulmani, soprattutto giovani: vogliono Asia Bibi libera, ma chiedono anche sia tolta la legge sulla blasfemia. Trovo che le loro manifestazioni siano una cosa positiva. Certo, non so quanto riescano ad influenzare la società, però è un trend da registrare. I giovani s’accorgono che la legge sulla blasfemia è una legge contro tutta la società: viene usata come roulette russa, per bloccare e condannare un nemico, eliminare un concorrente economico. Del resto, non bisogna dimenticare che gran parte dei condannati per questa legge sono musulmani sunniti.

Come può il Pakistan cercare di limitare il fondamentalismo per sostenere invece questo rinnovamento?
Servirebbe anzitutto un lavoro enorme nelle scuole. Il problema del Pakistan è doppio: c’è una classe politica estremamente incompetente, che cerca di stare a galla accarezzando le frange più estremiste dell’islam. Ma c’è anche necessità di scuole: nel mondo pakistano almeno il 50 per cento della popolazione è analfabeta, tantissimi giovani non hanno possibilità economiche per andare a scuola, e per molti la soluzione diventano le tante scuole islamiche dove sono accolti gratis. Naturalmente, però, questi centri sono legati ai talebani afghani e locali, e diventano un ottimo vivaio per far crescere il fondamentalismo.

Tornando ad Asia Bibi, a chi fa paura la storia di questa donna?
Non è questione di paura. Il fondamentalismo islamico è usato dai politici per rafforzare il proprio potere: governano senza di fatto fare nulla, senza creare il bene per la società pakistana. Il Pakistan è una realtà sfilacciata, e quindi i politici cercano di accrescere il proprio consenso accondiscendendo ai fondamentalisti islamici. Il rigido comportamento verso Asia Bibi è per non andare contro al fondamentalismo, non tanto per attaccare i cristiani. Altro elemento di cui tenere conto è che il Pakistan è alleato in qualche modo con gli Stati Uniti per la lotta al terrorismo, ma è anche amico dei talebani afghani. In questo situazione quindi deve destreggiarsi, specie l’esercito. Da una parte cerca di essere amico degli integralisti, dall’altro di accordarsi con gli Stati Uniti, che versano all’esercito pakistano svariati milioni di dollari all’anno per la lotta al terrorismo.

Guardando la vicenda umana di questa donna, ciò che permane è la sua grande testimonianza di fede. Che valore sta avendo questa vicenda per la comunità cristiana del Pakistan?
Asia Bibi secondo me è un esempio tipico di quelli che sono i cristiani del Pakistan: era una bracciante agricola povera, e molti cristiani in quel paese sono persone povere. Nonostante le ristrettezze e la povertà, sono però decisi a rimanere fedeli alla loro tradizione religiosa. E in questa fedeltà Asia Bibi rappresenta una loro “compagna di sventura”: anche perché le violenze delle comunità islamiche sono continue, non si tratta solo di Asia Bibi. Questa donna è diventata come una compagnia di viaggio: ci sono poche chiese come quella pakistana che soffrono uno stillicidio simile, un soffocamento così. Forse soltanto i cristiani in Arabia Saudita vivono una persecuzione dello stesso genere.

E per quanto riguarda il Medio Oriente e tutta la Chiesa, che valore può avere questa testimonianza?
È difficile da valutare. Ad AsiaNews ci siamo accorti che su questa vicenda sono intervenuti musulmani dell’India, della Malaysia, in Europa… La storia di Asia Bibi in qualche modo umilia il mondo musulmano, e ci sono alcune delle personalità più preparate e distanti dal Pakistan che riescono a denunciare con più forza il loro dissenso.