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Benedetto XVI e i martiri di Otranto

- di Daniele Ciacci - La Bussola Quotidiana - 12/05/13

Erano ottocento le persone che furono uccise dai musulmani a Otranto nell’agosto del 1480. Tutta la città – con la sola esclusione delle donne e dei bambini – fu sottoposta a una crudele alternative: o l’abiura del cristianesimo, o la morte. Il sacrificio collettivo di questi martiri smosse l’animo di alcuni aguzzini che, convertitisi, furono immediatamente mandati alla gogna. Ma la storia ci insegna che nulla, sotto sotto, rimane segreto all’occhio critico, e la storia venne a gala, smuovendo l’animo di tante persone.
La loro vicenda torna in voga oggi, quando questi martiri saranno canonizzati da Papa Francesco. Tutta Otranto si sta rivoltando perché la festa accolga un turbinio di fedeli. L’arcivescovo Donato Negro ha recentemente celebrato la Festa dei Giovani al Monastero delle Clarisse sul Colle del Martirio, e i festeggiamenti si concluderanno solo il 30 maggio, quando alla messa di ringraziamento presiederà il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.
Insomma, è una festa molto sentita, nonostante i più di cinquecento anni di distanza che separano l’eccidio ad opera di Maometto II dalla canonizzazione di Papa Francesco. Anche se il primo a richiederla non fu Bergoglio, bensì il papa emerito Benedetto XVI, il quale indisse la celebrazione il giorno stesso della sua rinuncia, il 12 febbraio scorso. E le ragioni che uniscono i due eventi, benché sottili, sono presenti e fanno luce su un pezzo remoto di storia di Chiesa e su uno ben più recente, ma dal simile impatto.
La storia è ben raccontata in questo stesso sito, dove Danilo Quinto avanza una narrazione accattivante e dettagliata, riprendendo testi antichi e dipingendo il sacrificio degli Ottocento con tinte rapide e precise. Nel giugno 1480 Maometto II toglie d’assedio Rodi e si dirige verso la cristianissima Otranto, conosciuta per la scuola del Monastero di San Nicola in Casole, dove chiunque voleva poteva studiare – senza spese, con vitto e alloggio a carico degli ecclesiastici – il latino e il greco (quest’ultimi testi giungevano ai dotti ocidentali mediante la trasposizione in arabo per mano di filologi orientali, e il duplice passaggio traduttorio implicava molte imprecisioni). Con l’assalto di Maometto alle mura della città pugliese si compie la profezia di San Francesco di Paola, che dall’eremo di Paternò aveva proferito: «Ah infelice città, di quanti cadaveri ti veggio piena! Quanto sangue cristiano s’ha da spargere sopra di te».
Otranto dura poco. Il 13 agosto si compie il saccheggio, poi gli uomini pugliesi vengono trasportati sul colle della Minerva, a poca distanza e lì decollati. Nessuno ha abiurato la fede cristiana: un’intera città s’immola al martirio. È la storia di una piccola Europa, forse, quella di Otranto. Una città che, per fede, è restia ad accettare l’imposizione violenta dell’islamismo non può che essere un ottimo exemplum di fronte all’imperante moralismo di tanta Europa, che con il leit motiv di un dialogo inconsistente abbandona la propria tradizione e i propri valori per un senso di integrazione senz’anima né storia.
Forse lo sapeva bene Benedetto XVI, un uomo che avrebbe potuto cedere alle lusinghe del potere spirituale e proseguire in una guida stentata del soglio pietrino. Invece, l’umiltà di lasciare che le proprie aspettative prendessero il volo ha coinciso con la libertà più grande, quella che si appoggia saldamente sulla fede e lascia ad altri il grave (e inutile) compito  di far conti e valutazioni. Ratzinger ha messo davanti la propria affezione a Cristo, e di conseguenza al bene della Chiesa, decidendo di lasciare ad altri più in questo momento più adatti la guida della cattedra di Roma. Così come i martiri di Otranto, uno per uno, hanno posto innanzi il bene della Chiesa e l’amore a Cristo prima di una vita forse più duratura, ma schiacciata dal peso del tradimento.