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Carta della laicità nella scuola

don Gabriele Mangiarotti - CulturaCattolica - 07/01/14

«La nostra patria per noi sono i nostri villaggi, i nostri altari, le nostre tombe, tutto ciò che i nostri padri hanno amato prima di noi. La nostra patria è la nostra fede, la nostra terra, il nostro re… Ma la loro patria cos’è per loro? Voi lo capite?… Loro l’hanno nel cervello, noi la sentiamo sotto i nostri piedi…»
Sono convinti di essere «moderni» e di portare alla società e alla scuola una ventata di novità, e un più ampio respiro.
E invece sono i campioni del più bieco integralismo antireligioso, di matrice totalitaria e nazista. Basta sostituire alla «razza» la parola «laicità», ed allora si troveranno tutti gli strumenti per cancellare ogni diversità. Ma c’è un particolare: oggi il nazismo è stato vinto ed è considerato il «male assoluto» (ed è andata meglio per il comunismo, semplice «errore»), mentre la «laicità repubblicana» sembra godere di un credito e di un’aura di bene che la fanno diventare un modello cui ispirarsi. Così Micro(cervello)Mega(idiozie) ci propone, con notevole ritardo, la «Carta [francese] della laicità» che non si configura come «semplice ‘tolleranza’ delle diverse opinioni, ma un insieme di valori e princìpi molto solidi che vanno insegnati anche, e forse soprattutto, nelle scuole pubbliche».
Sono dei poveretti, che hanno una sola capacità: distruggere ciò che non capiscono, travestendo questo loro risentimento con maschere di libertà e rispetto. Soprattutto affermando in linea di principio dei valori che sono esplicitamente smentiti quando diventano possibilità di esperienza e di libertà.
Si perde tempo a considerali come interlocutori seri, là dove è evidente la mistificazione. Faccio solo un esempio. «4. La laicità garantisce la libertà di coscienza di tutti: ognuno è libero di credere o non credere. Essa permette la libera espressione delle proprie convinzioni, nel rispetto di quelle degli altri e nei limiti dell’ordine pubblico». Che cosa ne pensate? Immaginate che la scuola sia una palestra di libertà, di confronto, di rispetto, soprattutto di simpatia verso ogni tentativo giovanile di esprimere un ideale e di proporlo alla verifica di tutti. Del resto le università sono nate (anche nel medioevo francese) con questo intendimento e con questo metodo (qui nella nostra povera Italia si è stabilito che la cultura è libera e libero ne è l’insegnamento).
Facciamo un passo avanti e troviamo, per esempio: «15. Nessuno studente può appellarsi a una convinzione politica o religiosa per contestare a un insegnante il diritto di trattare una parte del programma…» oppure: «E’ vietato invocare la propria appartenenza religiosa per rifiutare di conformarsi alle regole applicabili nella scuola della repubblica. Negli istituti scolastici pubblici è vietato esibire simboli o divise tramite i quali gli studenti ostentino palesemente un’appartenenza religiosa…» e così quello che da una parte ti è concesso, dall’altra ti viene negato. Ricordate la passione del ’68? La fierezza con cui si contestava ogni imposizione di sapere per il sacrosanto diritto di cercare, di esprimersi, di dialogare? Ricordate la fierezza con cui si voleva mettere alla sbarra ogni posizione, chiedendo di non sottrarre nulla al tribunale della coscienza e della critica? Acqua passata, illusioni giovanilistiche, posizioni destabilizzanti. Ora il nuovo padrone (quel potere omologante di cui ci parlava con passione critica Pasolini) non può accettare contraddittorio, non può tollerare che le idee abbiano carne e ossa, vogliano diventare esperienza. Si realizza il progetto totalitario dei giacobini, a cui rispondeva uno dei capi della Vandea, Monsieur de Charette. Egli disse un giorno ai suoi seguaci: «La nostra patria per noi sono i nostri villaggi, i nostri altari, le nostre tombe, tutto ciò che i nostri padri hanno amato prima di noi. La nostra patria è la nostra fede, la nostra terra, il nostro re… Ma la loro patria cos’è per loro? Voi lo capite?… Loro l’hanno nel cervello, noi la sentiamo sotto i nostri piedi…». Per quanto sarà possibile, negli spazi che ancora restano (pochi) di libertà, non accetteremo lo scempio del nostro popolo e dei nostri giovani. Facciamo nostro il grido di Papa Francesco: «Il compito educativo oggi è una missione chiave, chiave, chiave!», e senza libertà non ci sarà mai educazione!