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Ebola. «Ti ringraziamo Dio perché ci tieni in vita».

di Leone Grotti - Tempi - 17/09/14

Gli abitanti della capitale non hanno rinunciato ad andare in chiesa. È l’unico posto che dà ancora speranza
«Siamo disperati. Su tutti i fronti». All’ospedale dell’organizzazione missionaria cristiana Samaritan’s Purse, in Liberia, hanno abbandonato i mezzi termini da tempo. L’epidemia di Ebola che ha investito il paese africano è fuori controllo e anche i medici volontari, che rischiano ogni giorno di infettarsi curando i malati, cominciano ad accusare il colpo: «Dopo un po’ la situazione scuote i tuoi nervi e molti non reggono», dichiara al Washington Post il volontario americano Lance Plyler.
AIUTI AMERICANI. Per contrastare il virus che si è diffuso soprattutto in Liberia, Sierra Leone e Guinea, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha deciso di inviare nell’Africa occidentale tremila soldati medici, infermieri, ingegneri e operai. Il costo dell’operazione potrebbe raggiungere i 750 milioni di dollari, che serviranno a costruire almeno 17 centri medici con mille posti letto ciascuno e formare 500 medici alla settimana.
L’epidemia ha già portato alla morte almeno 2.400 persone, infettandone circa il doppio, con un tasso di mortalità che si aggira intorno al 54,5 per cento. Per capire quanto il virus sia pericoloso basta pensare che secondo l’Oms gli infettati saranno 250 mila entro Natale. Per avere la stima delle vittime, basta fare il conto.
«COME SISIFO». L’Oms ha affermato che per contrastare l’epidemia servono almeno altri 500 dottori e mille infermieri, ma trovare volontari non è facile. Dallo scoppio dell’epidemia sono già morti circa 120 medici e chi è rimasto parla come Joanne Liu, direttore internazionale di Medici senza frontiere (Msf): «Siamo al punto di rottura. I miei mi dicono: “Non sappiamo quanto riusciremo a resistere”». Il sentimento che si genera è descritto da Sylvia Wamser, psicologa austriaca che ha lavorato in Sierra Leone con Msf: «I volontari lavorano troppo e si sentono inutili e colpevoli. Si sentono come Sisifo: cerchi di fare del tuo meglio ma sai che bisognerebbe fare di più».
«COME ANDARE IN GUERRA». Che non sia facile trovare nuovi volontari è più che comprensibile: «È davvero simile ad andare in guerra – continua Plyler – è come combattere in prima linea». C’è chi fa il giro tra i letti dei malati, chi igienizza e disinfetta i locali, chi seppellisce i cadaveri. A detta dei medici, però, il lavoro più difficile è quello di chi sta alle porte dell’ospedale ed è costretto respingere i malati di Ebola perché non c’è più posto. Purtroppo questo succede tutti i giorni nel campo di Msf a Monrovia, capitale della Liberia.

«TI RINGRAZIAMO DIO». Nonostante ogni evento sia stato cancellato in Liberia, per la paura che il contagio si diffonda più velocemente, gli abitanti della capitale non hanno rinunciato ad andare in chiesa. È l’unico posto, spiega il Washington Post, che dà ancora speranza alla gente. Di domenica le chiese si affollano ma dal tono delle preghiere si deduce la gravità del momento: «Dio, Tu sei il più grande. Ti ringraziamo perché ci mantieni in vita».