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Evasione dal domani

di Marina Corradi - Avvenire - 15/01/14

Nel caffè di fronte a casa ci sono le slot machine. Al mattino osservo i giocatori, già a quell’ora persi davanti macchine lampeggianti: uomini di mezza età, un ragazzo, una casalinga che passano una mattina feriale giocando. Ogni tanto il rumore della cascata delle monete, a una vincita, riempie il locale. Poca roba in realtà, a fronte di chissà quanti euro giocati.

Al tabacchi, invece, vedo gente che compra dieci “gratta e vinci” in una volta e si mette in tasca il mazzetto con, in faccia, la speranza che questa sia finalmente la volta giusta. La volta giusta, che non viene mai. Ma azzardare una puntata ogni mattina forse elude il faccia a faccia con la realtà che per molti, di questi tempi, è dura. Dieci “gratta e vinci” per sottrarsi ancora, per un giorno almeno, alla vita come è, davvero. Fuga socialmente accettata, giacché si gioca alla luce del sole e anzi con la benedizione dello Stato. Lontani i tempi in cui la roulette era confinata a pochissime città, e le sale scommesse considerate luoghi poco raccomandabili.

C’era però, anche sotto allo scoraggiamento dell’azzardo, un’idea di bene pubblico: si pensava che si dovesse allontanare i cittadini dal sogno di soldi facili, guadagnati senza fatica. Si pensava di dover indirizzare le energie comuni sulla realtà e su ciò che la trasforma, il lavoro. Oggi la moltiplicazione di lotterie e di giochi online descrive un’Italia che vezzeggia l’azzardo, e in ogni caso non lo stigmatizza più.

Trovo un’eco di questa differente visione del mondo anche nel dibattito sulla liberalizzazione della cannabis, cui la maggioranza dei media si sta devotamente dedicando. Al di là delle conseguenze sulla salute, la cannabis è ben nota a chiunque sia stato studente dalla fine degli anni Sessanta in poi per il suo effetto rilassante, addolcente gli spigoli della realtà. La cannabis è il rifugio temporaneo in un’ansa quieta e rosea, in cui le urgenze e i problemi mordono di meno. Se il gioco d’azzardo, quando si fa abitudine, è un coltivare illusioni, la “canna” pure fa parte della cultura che, invece di misurarsi con il mondo, preferisce eluderlo.

Non a caso entrambi i comportamenti incontrano oggi un diffuso favore; quasi tacitamente si convenisse che la realtà allo stato puro può essere inaffrontabile. Che bisogna pur darsela, una scappatoia, per non rimanerne schiacciati. (Le foto degli Stati negli Usa in cui la cannabis è in libera vendita, con le code di giovani acquirenti in attesa, fanno pensare. I pronipoti dei pionieri del Nuovo mondo in coda per uno spinello, per porre un po’ di nebbia fra sé e la realtà).

Questo coltivare l’evasione non è malinconico? Un amico che era ragazzo nel primo dopoguerra mi ha detto che in fondo rimpiange quegli anni di fame: «Mi accorgevo che gli adulti guardavano a me, sedicenne, come per dirmi : ora sei un uomo, lavora, fai, abbiamo bisogno di te». Oggi quel respiro, e quella speranza, spesso mancano. Per questo gli adolescenti e gli adulti alle slot machine sono qualcosa, oltre che di problematico, di triste.

All’opposto, mi vengono in mente le facce dei giovani migranti che ho visto sbarcare a Lampedusa: che determinazione, che voglia di vivere, che radicale speranza. E per quanto miserabili siano, o “clandestini”, chi li guarda non può non dirsi che quei ragazzi hanno il futuro nelle mani. Nonostante i loro stracci, la voglia e la forza e anche la disperazione in grado di piegare e forgiare la realtà. Noi qui a vezzeggiare la cannabis, a tollerare che l’azzardo diventi un habitus normale.

Quasi che fossimo stanchi; quasi che inavvertitamente lasciassimo a popoli più giovani e vitali e fecondi il compito di fondare il futuro. Vale la pena di ricominciare a dire e a insegnare ben altri “sì”. Vale la pena di dirli ad alta voce, adesso.