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I vipponi d’Italia fanno lo spot per l’eutanasia

- La nuova bussola quotidiana - 13/12/14

di Luigi Santambrogio

I testimonial pubblicizzano il prodotto della “dolce morte” con sguardo sussiegoso e professionale come se stessero partecipando alla campagna per la prevenzione della carie dentale.
Lo spot colpisce duro, ma le voci sono studiate, scandiscono le parole in modo calmo e convinto. Segno di una decisione masticata a lungo e dunque irrevocabile. Non indugiano allo spettacolare né fanno leva sugli effetti speciali per convincere che ammazzarsi è giusto e civile, fa parte dei diritti umani. La rèclame della “dolce morte” è firmata dai radicali che non sono nuovi a campagne di questo tipo (loro non buttano mai via niente, tranne i feti) si offre a un pubblico adulto e maturo, criticamente formato alla tolleranza e all’impassibilità cosmica: quelli che non muoverebbero un dito neppure se vedessero un disgraziato pronto a saltare dal ponte. Si capisce che è fattura di professionisti esperti e ben allenati sul campo.
Il filmato, è introdotto da un ciak cinematografico, come se i protagonisti chiamati a recitare la macabra sceneggiatura stessero girando un film sul futuro: quello della loro morte prossima ventura. Settanta i testimonial per propagandare l’imprescindibile diritto all’eutanasia legale, arruolati dall’associazione Luca Coscioni per un video-appello rivolto al Parlamento perché venga riconosciuta la libertà di scegliere come morire, ma anche l’urgenza del testamento biologico. A recitare lo stesso gingle: «Voglio decidere come morire», ci sono malati, medici e infermieri e poi vipponi e star del mondo della scienza, della cultura, del giornalismo e dello spettacolo. Qualche nome di questo tristo club: Roberto Saviano, Umberto Veronesi, Marianna Aprile, Corrado Augias, Luca Barbarossa, Paolo Mieli, Marco Bellocchio, Emma Bonino, Selvaggia Lucarelli, Maurizio Costanzo, Vittorio Feltri, Giulia Innocenzi, Neri Marcorè, Rocco Papaleo, Filippo Facci e Aldo Nove. Chiedono che venga discussa in Parlamento al più presto la proposta di legge di iniziativa popolare in materia di suicidio assistito.
Una richiesta lanciata in concomitanza della Giornata mondiale per i diritti umani. Insomma, appello bipartisan, ma con pretese universali: ammazzarsi, come e quando si decide di farlo, non è soltanto un caso di coscienza personale, ma deve essere scolpito nella Carta costituzionale e nella Nuova Dichiarazione Universale della Nuova Umanità. Curiosa questa pretesa di pseudo principi universali da mettere a fondamento del suicidio, come se non bastasse la dignità di una scelta personale. Occorre che l’atto sia pure eticamente e civilmente fondato e riconosciuto. Debolezza o arroganza? Considerati i testimonial, più probabile la seconda.
«Se l’eutanasia fosse legale, non aumenterebbero le morti. Diminuirebbero le sofferenze», dice l’attore Neri Marcorè nel video-appello, sempre con quel suo bonario sorriso alla Fazio. «Si tratta solo di riconoscere un diritto umano. Il diritto di morire», aggiunge l’oncologo Umberto Veronesi, un veterano della battaglia eutanasica. «Onorevoli parlamentari, a chi appartiene la mia vita? », si chiede, con l’aria di chi sa già la risposta, il regista Marco Bellocchio. Non poteva mancare il tuttologo Saviano, questa volta in veste di costituzionalista a ricordarci che «la Costituzione prevede che il popolo eserciti l’iniziativa delle leggi». Certo, scambiare il popolo con quella sciccosa Confraternita della buona morte è tipico dello strabico Saviano. Tuttavia, il filmatino è un raro esempio di gentilezza e professionalità. I testimonial pubblicizzano il prodotto della “dolce morte” con sguardo sussiegoso e professionale come se stessero partecipando alla campagna per la prevenzione della carie dentale.
Il linguaggio è semplice e pacato, anche i malati terminali che si prestano allo spot della loro morte sembrano quasi convincerti che si tratta della grande occasione della vita. «Sono arrivata alla fine», dice una donna, «adesso voglio decidere di non soffrire più». Parole seguite da una catena di «Anch’io», «Anch’io», «Anch’io». Sequenze, a guardar bene, di una tragicità infinita, però efficaci, capaci di convincere. Un altro malato chiede agli onorevoli parlamentari: «Ditemi, a chi appartiene la mia vita?». Ed ecco apparire subito il volto smagrito di Emma Bonino: lei non ha dubbi, ma solo dogmi da proporre: «A me» e così subito riparte il coretto macabro dei «a me» «a me»«a me» di altri candidati al suicidio di Stato. Pare di rivedere la scena di “Capitano mio capitano” con Robin Williams e gli studenti ribelli dell’Attimo fuggente, che uno a uno salgono in piedi sui banchi. In fondo, il messaggio è identico: la vita mia e ne faccio quel che voglio. E allora, ecco mettersi in coda, obbedienti e docili, le migliori intelligenze e le più belle griffe dell’establishment culturale e mediatico italiano: Paolo Mieli, Corrado Augias, Vittorio Feltri, Filippo Facci: tutti a giurare d’essere pronti alla dolce morte. Anzi, a pretenderla anche a nome di tutta l’umanità sofferente.
Tuttavia, lo spot merita d’essere visto perché evoca senza pietismi le questioni fondamentali, della morte ma anche della vita. Il messaggio è scarno e ripetitivo e deve proprio a questo la sua efficacia. Più che sulle ragioni, l’eutanasia dei famosi affida tutta la sua potenza di convincimento agli attori protagonisti: personaggi conosciuti, potenti e affermati nelle loro professioni, di destra, centro e sinistra. E poi ci sono gli sconosciuti, i malati inguaribili, dichiarati incurabili dalla medicina. Che rivendicano il diritto a uscire di scena come vogliono loro. Questi, a differenza di tutta quell’altra bella gente, non recitano la parte di una fiction, interpretano solo se stessi. Il loro è un tragico reality, per questo sono i più credibili. Ma pure qui non c’è ombra di dramma, il regista l’ha eliminato con abilità: tutto è avvolto da una razionalità fredda, scientifica, ordinata e senza strepiti.
L’esistenza, rivendicano con orgoglio i candidati suicidi, è questione di libere scelte e pure la morte lo è. «Mia madre è morta tra sofferenze atroci», ci informa un tizio, «e io non ho potuto far nulla per aiutarla». Come non essere d’accordo con questa richiesta del morire senza dolore, della soluzione migliore per dare scacco alla malattia anticipandola nel finale? Ma l’orribile è tutto nella risposta che si trasforma la migliore soluzione nella soluzione finale: l’assassinio come atto supremo della compassione e dell’amore al prossimo.
É così che la reclame eutanasica si mostra per quella che è: una danza macabra, un rifiuto del senso e della libertà, del loro lato più oscuro e crudele, ma non per questo meno reale. L’altra faccia delle scelte consapevoli e creative. Ovvio: nessuno sceglie di morire di cancro o sotto le ruote di un Tir. Ma si badi: neppure siamo stati noi a decidere di nascere, né a scegliere madre e padre, tantomeno a programmare l’avvenire di figli e amici. Perché la serie delle opzioni in uso non è infinita e basta poco per interromperla: una malattia, un incidente o solamente la vecchiaia che ci condannano all’impossibilità del fare, del produrre, dell’organizzare. Dolce morte: solo questo è concesso all’uomo? Tutta qui la sua libertà? O non occorrerà invece che sulla finitezza, sul mistero di una esistenza imperfetta, si facciano finalmente i nostri conti? Magari solo per scoprire che non sappiamo contare? E poi: si può davvero mettere ai voti e regolare per legge l’uscita dalla vita?
La società dei sani e perfetti, dei felici e contenti è solo una tragica illusione, un inganno che ha già desertificato la storia. Solo la malafede politica può osare riproporlo, mascherando un delitto come espressione nobilissima ed estrema della libertà. No: lo spot eutanasico e quegli attori ricchi e potenti, improbabili dead man walking sotto la regia del solito Pannella sono soltanto un irragionevole invito ad alzare bandiera bianca e a soffocare l’urlo della nostra umanità ferita. Fanno i furbi con la vita e invitano a prendere la scorciatoia. Cattivi e presuntuosi maestri: dopo averci insegnato per anni sui loro giornali come si sta al mondo, ora vorrebbero pure indicarci come si muore. Forse vinceranno loro, ma non è detto: prepariamoci a resistere.