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Il gran peso di un premio

di Andrea Lavazza - Avvenire - 11/10/14

Con la scelta di Malala Yousafzai e Kailash Satyarthi, gratificata di un indiscusso plauso mondiale, il Comitato di Oslo ha ridato al Nobel per la Pace quel prestigio che premi dati e mancati del passato avevano intaccato. Non c’è solo l’emozione superficiale per un riconoscimento che va idealmente ai bambini del mondo nella designazione della più giovane laureata della storia e dell’attivista contro la schiavitù minorile. Attraverso il conferimento di un sigillo planetario si dà concreto sostegno alla battaglia per i diritti fondamentali dei più indifesi e allo sviluppo civile di un’area chiave del mondo.

Non può sfuggire, infatti, che saranno insieme davanti ai riflettori a ricevere il premio una donna pachistana di fede islamica e un indiano di fede indù, proprio mentre i loro Paesi tornano a spararsi lungo la linea di confine del Kashmir e le religioni vengono strumentalmente usate per alimentare odii e violenze. Già tale circostanza, insieme alla sensibilizzazione sul dramma di milioni di minori cui è impedita l’istruzione o che sono costretti a lavorare in condizioni più che precarie, sarebbe un risultato da salutare con soddisfazione. Eppure, senza nulla togliere allo sforzo trentennale di Satyarthi, che è valso la salvezza per almeno 80mila bambini, sottratti a forme solo mascherate di schiavitù e che continuerà d’ora in poi con maggior appoggio e favore, ci piace concentrarci sul successo ottenuto da Malala e sul fardello che è stato posto sulle sue giovani, fragili e insieme fortissime spalle.

Verrebbe quasi da chiedere se qualcuno si è preoccupato di considerare che cosa significhi per lei questo premio, di quale responsabilità la gravi e di quanto, verosimilmente, segnerà la sua vita. Certo, è stata consacrata a simbolo del riscatto delle ragazze cui l’oscurantismo vuole negare l’accesso alla scuola e alla conoscenza, lei che è stata ferita dai taleban per avere osato tentare di vivere ciò che per tanti suoi coetanei è la normalità quotidiana, lei che davanti all’Assemblea generale dell’Onu, nel giorno del suo sedicesimo compleanno, aveva proclamato: “Le penne e i libri sono la nostra arma più forte”. Oggi è già di fatto esiliata dal suo Paese che, malgrado le felicitazioni del premier Sharif (“è l’orgoglio del Pakistan”), non si schiera certo unanime nell’apprezzarne parole e gesti estranei a una tradizione di subordinazione femminile. Domani andrà ancora a lezione nel liceo che frequenta in Gran Bretagna, dove è ospitata con la famiglia, ma ciascuno da lei si aspetterà qualcosa di speciale, il suo destino – segnato da quelle pallottole che la ridussero in fin di vita mentre era sull’autobus con le compagne – forse definitivamente e prematuramente scritto nel segno di una esistenza pubblica al servizio di una causa tanto nobile quanto esigente.

Malala può diventare un grande esempio per molte sue coetanee di ogni nazione, un elemento di speranza per coloro che sono costantemente nel mirino, come le ragazze rapite da Boko Haram in Nigeria, per le quali si sta battendo da mesi con una campagna internazionale. Sarà però condannata, come non molti altri premiati nella storia, al timore del fanatismo sempre in agguato e a una costante protezione perché quel fanatismo non la raggiunga. Donne e uomini veramente di pace, profeti disarmati quale è più di ogni altro una ragazza che chiede solo di andare a scuola, nel nostro mondo imperfetto sono esposti alla minaccia di chi vuole imporre il proprio potere o la propria ideologia.

Ieri, uscita da scuola, Malala ha detto che il riconoscimento non è un traguardo ma un inizio, che le dà coraggio, perché tutte le bambine accedano all’istruzione. E ha invitato i leader di India e Pakistan alla cerimonia di consegna. Una passerella che forse accetteranno. Ma non è questo (solo) il seme che vorremmo crescesse con il Nobel. La vera vittoria sarebbe, e sarà, il ritorno di Malala, senza una scorta militare, nella propria casa nella valle dello Swat o in qualunque altro luogo dove il fondamentalismo cerca di prevalere con la forza e l’imposizione dell’ignoranza.

Nella innocente, disarmata e disarmante determinazione di una diciassettenne sta il futuro di un nuovo sogno alla Martin Luther King. A tanti il dovere di accompagnarla e di sostenerla perché diventi realtà. Lo dobbiamo, oltre che a tutte le bambine e i bambini senza diritti, a quella ragazza loro portavoce cui abbiamo consegnato l’onere maggiore, seppure sotto forma di un grande premio.