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Il matrimonio gay? I magistrati lo impongono

di Gianfranco Amato - La bussola quotidiana - 11/04/14

A Grosseto, il matrimonio gay è stato riconosciuto dal Comune. Per ordine del tribunale, le nozze celebrate a New York, nel 2012, con rito civile fra due italiani, sono state trascritte nel registro di stato civile della città toscana. Secondo il giudice, nel codice civile «non è individuabile alcun riferimento al sesso in relazione alle condizioni necessarie» al matrimonio. Protagonisti della storia sono Giuseppe Chigiotti e Stefano Bucci, un architetto e un giornalista. Si tratta del primo caso in Italia.
Qualcuno un giorno ricorderà il tempo in cui l’Italia era una repubblica parlamentare. Prima, cioè, della sua trasformazione in repubblica giudiziaria. Prima della mutazione genetica istituzionale avvenuta attraverso Il potere dei magistrati-legislatori. Sintomatici, in particolare, i recenti interventi giurisprudenziali capaci persino di ribaltare la prospettiva antropologica che sottendeva alcuni provvedimenti legislativi approvati da un parlamento che ingenuamente si riteneva investito del potere di legiferare, in virtù del mandato popolare conferitogli attraverso libere e democratiche elezioni.
È stato, ad esempio, il Tribunale per i minorenni di Bologna a disporre l’affidamento di una minore di tre anni ad una coppia convivente di uomini omosessuali, ignorando del tutto il fatto che tale anomala coppia non può considerarsi un «ambiente familiare idoneo» ai sensi dell’art. 2, primo comma, della Legge 4 maggio 1983, n. 184, in grado di assicurare al minore affidato «il mantenimento, l’educazione, l’istruzione e le relazioni affettive di cui egli ha bisogno». Anche in questo caso non conta la ratio della legge, né tantomeno la volontà del legislatore, ma solo la Weltanschauung personale del singolo magistrato chiamato ad applicarla.
È stato, ad esempio, il Tribunale di Rovereto a ritenere legittima la riattribuzione del genere anagrafico senza il ricorso all’intervento chirurgico, obbligando il Comune a rilasciare una carta d’identità ad un uomo cinquantenne che si sentiva donna, con la precisazione del sesso femminile.
Si è così introdotto nel nostro ordinamento giuridico il concetto di identità di genere, senza un approfondito e pubblico dibattito parlamentare ma attraverso la pericolosa scorciatoia della via giudiziaria. Si è trattato di un intervento volto ad incidere profondamente nella stessa prospettiva antropologica dell’uomo, con inevitabili gravi conseguenze, e in pochi hanno denunciato il fatto che si tratti di una questione troppo seria per essere lasciata alle sperimentazioni da laboratorio di magistrati che si arrogano il diritto di assurgere al ruolo di giudici-legislatori.
È stata, ad esempio, la Corte costituzionale, ad infliggere l’ultimo colpo di piccone alla Legge 40/2004 dichiarando incostituzionale il divieto alla procreazione medicalmente assistita eterologa. In pratica, capovolgendo la volontà dell’organo legislativo costituzionalmente previsto (il parlamento), la Consulta ha demolito una disposizione normativa che, da un lato, aveva la fondamentale funzione di salvaguardare il diritto del nascituro a conoscere le proprie origini – anche al fine di tutelarne l’identità personale, oltre che garantirne la tutela sanitaria e sociale –, e dall’altro lato di evitare il lucroso commercio di gameti che va sotto il falso nome di donazione ed il conseguente squallido sfruttamento delle donne. Questo pensava il parlamento democraticamente eletto quando ha approvato la norma che è finita sotto la mannaia della Corte costituzionale.
È stato, infine, il Tribunale di Grosseto a ordinare al Comune del capoluogo maremmano «di trascrivere nei registri di stato civile il matrimonio» fra due uomini, italiani, celebrato con rito civile nel dicembre 2012 a New York, sulla considerazione, tra l’altro, che nel codice civile «non è individuabile alcun riferimento al sesso in relazione alle condizioni necessarie». Scontato il tripudio del senatore PD Sergio Lo Giudice, ex presidente di Arcigay e membro della Commissione giustizia del senato che sta discutendo in questi giorni il disegno di legge Scalfarotto contro l’omofobia. Ha affermato, infatti, il senatore Lo Giudice: «È un precedente unico per il nostro Paese, è la prima volta che un matrimonio gay viene riconosciuto in Italia». Sono quindi i giudici del Tribunale di Grosseto, i primi magistrati a “celebrare” le nozze omosessuali in Italia.
L’eccesso di zelo mostrato nel voler compiacere la deriva politically correct ed apparire più gay friendly dell’Arcigay, ha portato i magistrati maremmani, forse, ad esagerare un pochino. Non solo hanno voluto, in questo caso, sostituirsi alla volontà del legislatore in materia di matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma hanno persino preteso di invadere il campo saldamente presidiato dalla nobile Accademia della Crusca. Sì, perché gli stessi giudici nel sostenere che nel codice civile non contiene «alcun riferimento al sesso in relazione alle condizioni necessarie», non hanno considerato, tra l’altro, che l’art. 143 dello stesso codice parla espressamente di «marito» e di «moglie». Ora, secondo la prestigiosa istituzione che vigila sul bell’idioma italico, il lemma «marito» viene definito, fin nella prima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca (1621), come «huomo congiunto in matrimonio», mentre il lemma «moglie» è definito come «donna congiunta in matrimonio». La decisione del Tribunale di Grosseto rappresenta un ulteriore passo in avanti. In questo caso, infatti, i giudici non hanno voluto soltanto sostituirsi al legislatore, ma hanno persino ritenuto di poter modificare la lingua italiana piegandola alla logica delle proprie convinzioni. Forse hanno davvero esagerato.