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Il vero problema non è la Ru486 ma l’aborto

di Benedetta Frigerio - La nuova bussola quotidiana - 07/04/17

E’ bufera per la decisione del governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, di permettere entro la settima settimana di gravidanza la somministrazione della pillola abortiva Ru486, seguita dalla prostaglandina, fuori dagli ospedali. Le associazioni mediche e alcuni politici o intellettuali che cercarono di opporsi alla legalizzazione (2009) della pastiglia mortale, ribattezzata infatti “kill pill” contro chi ne parlava (e ne parla ancora oggi) come di un farmaco, spinsero poi affinché la donna rimanesse almeno ricoverata in attesa dell’espulsione del feto nei tre giorni successivi all’assunzione. E di fatto le linee guida ministeriali stabilirono che questa fosse la prassi, come richiesto anche dalla legge 194 che vieta l’aborto fuori dalle strutture ospedaliere. Insomma, si cercò di correre ai ripari. Ma colpisce che chi oggi si batte contro Zingaretti, invece che ricordare che, a casa o in ospedale, pur sempre di omicidio si tratta, parli solo della necessità di far rimanere la donna all’interno di strutture appropriate per non mettere a rischio la sua salute. Senza mai ricordare che, comunque avvenga, a perdere la vita è il bambino.
Inoltre, la Ru486 (il mifepristone, che oltre ad impedire lo sviluppo del figlio nell’utero, somministrato insieme alle prostaglandine produce le convulsioni che lo espellono senza bisogno di intervento chirurgico), che già veniva commercializzata in altri paesi, era stata pensata proprio con lo scopo dell’aborto fai-da-te. Una soluzione da salutare come un progresso nonostante alcune donne fossero morte a causa delle emorragie dovute alle convulsioni (allora erano noti 29 decessi) mentre altre avevano raccontato il dramma di vedere il proprio figlio già formato cascare dentro un water.
Se dunque la pillola nasce per l’omicidio casalingo del feto, colpisce che ci si scandalizzi della decisione di Zingaretti. Perché se la legge 194 stabilisce che l’aborto avvenga in una struttura ospedaliera, allora la Ru486 doveva essere vietata. Una volta approvato il commercio, invece, c’era da aspettarsi che, prima o poi, questo sarebbe stato il suo normale epilogo. Nonostante colpiscano le parole di Stefania Saccardi, assessore alla Salute della regione Toscana, fra le prime a sperimentare il farmaco nel 2005: “Riteniamo sia meglio somministrare in una struttura dove c’è un’assistenza medica più ampia. Dove magari ci sono letti di day hospital”. Saccardi ha parlato così perché la Toscana conosce i rischi dell’aborto casalingo, gli stessi per cui, nel 2006, la magistratura bloccò al Sant’Anna di Torino la sperimentazione della pillola che avveniva anche fuori dall’ospedale.
Nel 2009 una donna di Piacenza raccontò a Tempi il dolore lancinante, provato per giorni prima e dopo l’espulsione del piccolo: “Con quel farmaco ti rendi conto di tutto. È dura, capisci quello che fai e lo fai con le tue gambe. Sono state quelle settantadue ore il momento più difficile, ti resta addosso qualcosa. In quei giorni hai sentito suonare un campanello d’allarme, che ti ha messo in guardia perché stavi impedendo all’organismo di concludere una cosa che avevi iniziato”. Ma, aveva ammesso, “c’è qualcosa di peggio. È stato quando sono andata in bagno per una semplice pipì, lì ho espulso tutto e ho visto il feto”. E aprendo le mani come se avesse tra le dita un gomitolo disse: “Era grande così e non me lo dimenticherò mai”. Un’altra donna, Seder, raccontò così di aver preso la pillola presso l’ospedale di Lugo di Romagna e di aver espulso il figlio nel bagno del ristorante in cui lavorava: “Dopo contrazioni e dolori lancinanti, mio figlio mi è caduto fra le mani”.  Mentre nel 2010 il Giornale pubblicò la testimonianza di Anna, un avvocatessa di 34 anni, che descriveva un incubo: «Devi aspettare tre lunghi giorni, nei quali continui a fare quello che hai sempre fatto, lavorare, camminare, mangiare, dormire, andare al cinema… cerchi cioè di distrarti, ma sai che hai quel “coso” morto lì dentro che deve essere eliminato, espulso, cioè abortito!…Il terzo giorno mi sono ripresentata, senza aver dormito e con delle occhiaie così, in ospedale per la seconda pasticca. Anche quella ti viene messa in mano e sei tu che la devi mandare giù… sei tu l’unica e sola mandante e autrice di un piccolo omicidio… Intanto, oltre alla situazione dolorosa, vieni pervasa dall’ansia dell’arrivo dei dolori fisici. Il medico durante il colloquio mi aveva spiegato bene che… sarebbe stato cioè come avere delle mestruazioni più dolorose del solito, così mi disse. Invece il dolore è stato molto più forte, le contrazioni molto più lunghe e la consapevolezza di quello che stava avvenendo rendeva tutto più nauseante, orribile e terribile insieme. Ed assistere a tutto questo è stato insopportabile. Ho pianto per il dolore fisico, ma soprattutto ho pianto per il dolore dell’anima”.
Oggi ormai girano in rete sempre più testimonianze come questa: “Ci si aspetta che chi arriva lì sappia già con estrema certezza di voler abortire. Nel mio caso non era così. Io ancora ci pensavo e avevo necessità di un attimo di pausa per poter riflettere ancora un po’ dopo l’ecografia. Non è andata così. (…) Ho cercato di porre delle domande, avevo necessità di un attimo. Ma no, loro dovevano procedere”. Nell’aprile 2014 una donna, A.M., morì al Martini di Torino dopo aver assunto la pillola. Nessuno ricordò che insieme a lei era morto il figlio dimenticando che il problema non è solo la procedura con cui viene somministrata, ma la Ru486 in sé. O meglio, la legalizzazione in generale dell’omicidio infantile, una barbarie che ora assume volti solo più grotteschi. Se si dimentica questo, concentrandoci sul problema dei rischi per la donna, si cade senza accorgersi nel tranello per cui la pillola è nata: aumentare gli aborti cercando di dimenticarli.