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Iraq, i cristiani abbandonano il loro ultimo rifugio

di Giorgio Bernardelli - La nuova bussola quotidiana - 27/06/14

È toccato anche a Qaraqosh, la principale città cristiana della Piana di Ninive. Migliaia di persone l’hanno abbandonata in fretta e furia l’altra sera, quando i miliziani dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante hanno cominciato a martellare la zona con i loro mortai. Una città di 50 mila abitanti si è svuotata in poche ore: ieri sera pare restassero appena alcune centinaia di persone insieme ai peshmerga curdi che hanno risposto al fuoco dell’ISIS e – almeno per il momento – sembrano intenzionati a difendere le chiese di Qaraqosh. Tra i pochi rimasti risulta ci sia anche il vescovo siro cattolico Youhanna Boutros Moshe, che qui è nato e non vuole assolutamente abbandonare la moderna chiesa dell’Immacolata – la più grande dell’Iraq. Secondo quanto riferito dall’agenzia assira Aina pare che abbia tentato anche di intavolare un negoziato tra i jihadisti sunniti e i miliziani curdi, con lo scopo di ottenere che la città venisse risparmiata. Ma il suo tentativo sarebbe stato vano.
Per il momento i miliziani dell’Isis non hanno messo piede a Qaraqosh: hanno solo sparato con i mortai. Ma gli è stato più che sufficiente per ottenere quello che volevano e cioè una quasi totale pulizia etnica dei cristiani, fuggiti in massa verso Erbil, la capitale della regione del Kurdistan, l’unico posto che oggi ritengono sicuro. Ne sono arrivati a migliaia ieri ad Ankawa, il sobborgo cristiano alla periferia della città, dove proprio in queste ore anche i vescovi caldei sono riuniti per il loro Sinodo. Tra quanti sono scappati ci sono anche tante famiglie che avevano già lasciato Mosul, pensando che Qaraqosh sarebbe stato un posto sicuro, dal momento che lì quasi tutti gli abitanti sono cristiani. Appena domenica scorsa il patriarca caldeo Raphael Sako, alla vigilia del Sinodo, era andato a visitarli. Qaraqosh rappresentava in qualche modo la rassegnazione all’idea del ghetto, quell’enclave cristiana nella Piana di Ninive di cui tante volte si era parlato in questi anni del tormentato dopo guerra iracheno e che i vescovi locali avevano sempre rigettato, sapendo bene che nella deriva settaria del Paese non ci sarebbe stata salvezza per nessuno. Oggi lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante dimostra che avevano ragione: non si ferma davanti ai campanili di Qaraqosh. E la tragedia senza fine dei cristiani iracheni continua.
Ieri da Ankawa su twitter arrivavano le fotografie delle famiglie accampate alla meglio nelle parrocchie. Volti stremati di bambini e anziani, uomini stesi per terra sulle coperte, una famiglia di sette persone intorno a tre soli piatti mentre consuma il proprio pasto. Altri hanno preso la strada di Alqosh, l’antica sede patriarcale dei caldei, ancora più a nord, sempre all’interno della regione oggi controllata dai curdi: anche qui monasteri e scuole hanno aperto le porte per ospitarli. Ma anche al di là dell’emergenza umanitaria creata da queste migliaia di nuovi profughi, c’è il dramma di una pulizia etnica che vuole sradicare un’intera storia. Domenica scorsa a Mosul per la prima volta da 1600 anni a questa parte non è stata celebrata alcuna liturgia cristiana. E che ne sarà – domani – delle chiese di Qaraqosh se davvero l’ISIS dovesse conquistare anche questa città?
Nel mezzo di tutto questo ieri appariva surreale una notizia giunta da Riyad: un comunicato ufficiale del governo saudita ha reso noto che il re Abdullah ha chiesto ai servizi di sicurezza di adottare «tutte le misure necessarie» per proteggere il Regno da quanto sta succedendo in Iraq. L’Arabia Saudita sembra cominciare ad aver paura che i salafiti gli si rivoltino contro a casa propria. Ma i Paesi che nel frattempo sono stati mandati in frantumi dai giochi di Riyad con alleati che si rivelano un po’ pericolosi, in questi anni chi li ha protetti? La verità è che il gioco al massacro in Siria ha aperto il vaso di Pandora in tutta la regione. Anche Beirut ci sono stati tre attentati nel giro di quattro giorni. Anche ammesso che nelle capitali che contano lo si voglia davvero, adesso non sarà facile fermare quest’onda fanatica che rischia di travolgere tutto e tutti in Medio Oriente.