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La guerra svelata dalle madri Russe

di Marina Corradi - Avvenire - 01/09/14

Non c’è alcuna guerra, ripete da giorni il Cremlino, mentre l’Ucraina denuncia al mondo l’invasione. Se non c’è alcuna guerra, nemmeno possono esserci dei soldati russi caduti. Infatti, non ce ne sono. Ufficialmente la morte di militari impegnati in “esercitazioni” alla frontiera con l’Ucraina viene giustificata con “infarti” oppure totalmente censurata, e i caduti seppelliti di nascosto, senza nemmeno un nome sulla lapide.

I grandi media di Mosca sono costretti a parlare d’altro. Solo sui social network trapela un’altra verità: la guerra c’è, e ci sono i primi morti. Ma a sostenere con forza questa verità, correndo i rischi che ciò comporta, non sono tanto gruppi dissidenti, quanto le madri di quei soldati ventenni. Erano partiti a Ferragosto per una esercitazione a Rostov, verso il confine ucraino, e invece d’improvviso i loro cellulari muti, e più nessuna notizia. Scomparsi. Il Cremlino, impassibile, ripete la sua “verità” e tiene a bada la stampa, ma non riesce a aver la meglio sulle madri di quei 400, pare, che mancano all’appello. Si sono riunite in un Comitato e sono anche andate davanti a una base militare, chiedendo dove siano, i loro ragazzi.

L’esercito non ha osato disperderle. Così che mentre Putin nega, e solo le foto della Nato testimoniano lo sconfinamento russo in Ucraina, proprio dalla Russia si leva la più forte accusa. È la voce delle madri, che da millenni accompagna ogni guerra in privati strazi, in pianti silenziosi; ma che oggi sul web trova un megafono che mai aveva avuto. Così che un manipolo di donne nell’immensità della Russia riesce a fare sentire le sua voce, pretendendo almeno di sapere che si è in guerra, e perché. Paradossale, forse, che nel risveglio guerresco ai confini occidentali del gigante dell’Est a sollevarsi, tanto da essere ascoltate, siano delle inermi madri.

La potenza del web si coniuga questa volta con qualcosa di veramente molto antico: la voce delle madri, che da sempre restano a aspettare. Solo trent’anni fa non c’erano i cellulari, e simili attese si consumavano lente intorno al passaggio del postino, la mattina; e il suo andare oltre un giorno dopo l’altro doveva essere per le donne, a casa, come un aspra folata di freddo addosso – esattamente come il nulla di quei cellulari muti, dal confine con l’Ucraina. Certo, la ragion di Stato che impone di negare una guerra già in atto non tollera di farsi contraddire. “Sciocchezze, provocazioni”, replicano i vertici militari russi. Ma le parole di quelle madri sul web si fanno sentire, con la incoercibile forza della verità. Cercano Alexander e Maksimov e Leonid, le cui date di nascita sono le stesse dei nostri figli ventenni. Non restavano mai, dicono, una settimana senza chiamare casa. Sono feriti forse? O, se sono morti, possiamo venire a portare via il loro corpo? – come ha chiesto in un appello alla tv ucraina una di queste donne. Contro a quel loro dolore, il nulla.

Qualche soldato viene seppellito di nascosto, qualcuno sotto a una lapide bianca. I primi caduti della guerra che non c’è non sono mai nemmeno esistiti, per chi li ha mandati a morire. Ma si alza ostinata, tenace, la pretesa delle madri, che vogliono almeno un corpo su cui piangere. Quel corpo che appena dieci anni fa era ancora di bambino; quel corpo che avevano stretto fra le braccia subito dopo il parto, caldo e morbido, così piccolo e così affamato e vivo. È intollerabile per una madre cui scompare il figlio sentirsi dire che non se ne sa niente, o che, chissà. Hanno bisogno, le madri, di riavere almeno fisicamente quel figlio, per poterlo piangere come pietose Antigoni. Così che le bugie in questa nuova guerra del terzo millennio sono almeno già due: quella che nega che guerra sia, e quella che ai figli del suo popolo caduti non restituisce nemmeno il corpo, e una croce.