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La morte di Savita in pasto agli abortisti

di Lorenzo Schoepflin - La Bussola quotidiana - 26/04/13

Savita Halappanavar non è morta a causa della legge irlandese che regola il ricorso all’aborto. Quello che si era intuito fin da subito a proposito della drammatica storia della giovane indiana, deceduta in Irlanda mentre si trovava alla diciassettesima settimana di gestazione, emerge adesso molto chiaramente dalla conclusione delle indagini sul caso.
Quando a novembre scorso i media riportarono la notizia di una donna morta in Irlanda durante una gravidanza, gli abortisti si adoperarono immediatamente per innescare la propaganda: Savita è morta perché la legge le ha impedito di abortire, quindi è necessario aggiornare la norma in senso permissivo perché non si ripeta mai più un caso come il suo.
Il ritornello pro-choice – l’aborto come ingrediente fondamentale per la salute della donna – fu alimentato anche dalle (presunte) parole del marito, convinto che l’aborto avrebbe potuto salvare Savita.
Dopo l’insistente tam tam degli abortisti, col passare dei giorni la storia dalle tinte fosche iniziò a farsi sempre più chiara e i dettagli che vennero alla luce (e che la Bussola aveva già riportato a gennaio scorso) destarono più di qualche sospetto. Innanzitutto fu evidente che la notizia della morte di Savita aveva iniziato a circolare tra i pro-choice irlandesi prima ancora che diventasse di dominio pubblico, così da dare il tempo agli abortisti di organizzare manifestazioni a favore dell’aborto.
Ci fu poi la ritrattazione della reporter Kitty Holland, che aveva seguito l’evolversi della vicenda: la Holland dopo alcuni giorni si disse tutt’altro che certa del fatto che Savita avesse chiesto di abortire (e che quindi ci fosse stato il rifiuto da parte dei medici di procedere all’interruzione della gravidanza).
Durante le indagini, poi, l’avvocato del marito della donna affermò che il proprio assistito voleva sapere perché per Savita non si optò per l’aborto, ma che non aveva mai detto che interrompendo la gravidanza la moglie avrebbe potuto salvarsi. Infine, quelle parole che i medici avrebbero pronunciato e che subito furono date in pasto ai media per alimentare l’odio verso i cattolici: «Niente aborto. L’Irlanda è un paese cattolico».
Una serie di incongruenze, forzature e contraddizioni che, a un’attenta e semplice analisi della legge irlandese (andando oltre i titoli sparati da giornali, tv e siti internet), si manifestarono nella propria inconsistenza: in Irlanda, infatti, l’aborto è permesso nel caso in cui si configuri il pericolo di vita per la madre.
Se davvero Savita fosse arrivata in ospedale col rischio di morire a causa della prosecuzione della gravidanza, i medici non avrebbero potuto rifiutarle l’aborto.
A distanza di sei mesi, la verità che viene a galla è proprio quella che ci si poteva aspettare. Dall’inchiesta condotta sul caso Halappanavar non risulta alcuna necessità di cambiare la legge irlandese.
Savita morì per una infezione fatale: il presunto aborto negato e la religione non hanno nulla a che vedere con la tragedia della giovane madre. Questo il verdetto unanime della giuria chiamata ad esprimersi, che ha anche fornito una serie di raccomandazioni affinché casi del genere non si ripetano.
Tra esse, solo una riguarda l’aborto: è necessario, secondo la giuria, stabilire con chiarezza quali siano i casi specifici in cui si può parlare di rischio concreto per la vita della madre e nei quali quindi il medico può procedere all’aborto. Una chiarezza che serva così a rassicurare le pazienti e a tranquillizzare i medici che si trovano a dover prendere una decisione sul crinale che separa legalità e illegalità. Le restanti indicazioni della giuria riguardano questioni pratiche relative al trattamento delle infezioni gravi.
La conclusione dell’inchiesta conferma dunque che la vicenda di Savita non può costituire il pretesto per incamminarsi nella direzione abortista e rafforza la convinzione dei pro-life che l’aborto non è mai la soluzione per la donna.
Restano però anche due sensazioni estremamente negative: amarezza e disgusto. L’amarezza riguarda l’esito della propaganda pro-choice, che è riuscita a sfruttare l’onda emotiva, concretizzatasi in un report consegnato al governo irlandese da una commissione incaricata di capire se la legislazione irlandese in tema di aborto necessiti di una revisione. Il report, che si attirò le critiche dei vescovi d’Irlanda, conteneva precise indicazioni circa l’opportunità di recepire le critiche che a livello europeo erano giunte alla legge irlandese, troppo restrittiva.
Il disgusto è per l’idea che si possa sfruttare la morte di una donna, in modo premeditato e consapevole, per la propria lotta a favore della diffusione dell’aborto, condendo la tragica storia di bugie, meglio se in chiave anti-cattolica.