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Martiri per amore e mai solitari

di Gerolamo Fazzini - Avvenire - 03/01/15

Il Rapporto annuale di Fides sugli operatori pastorali uccisi nel mondo si può leggere come una sorta di puntuale dossier sui Paesi più “caldi” per la testimonianza cristiana. Oppure lo si può interpretare come un indicatore significativo di come si stia capovolgendo il rapporto tra missionari occidentali e locali, a conferma di un sommovimento epocale in atto, che vede le “giovani Chiese” sempre più protagoniste della missione.
Ma – leggendo nelle pieghe del Rapporto 2014 – si possono trovare altre preziose indicazioni. Qualche esempio. Dell’omicidio dell’anziano padre Paul-Emile Nzale, centrafricano, si dice che è avvenuto, nel maggio scorso, a seguito dell’assalto a una parrocchia nel centro di Bangui, la capitale della Repubblica Centrafrica, assalto costato la vita ad almeno 18 persone.
In Siria, l’olandese Frans van der Lugt, ucciso a Homs in aprile, era l’ultimo gesuita rimasto strenuamente in quella devastata città. Passiamo al Messico e più precisamente al martoriato Stato del Guerrero, dove – di recente – è stato trovato il corpo senza vita di padre John Ssenyondo, comboniano sessantenne di nazionalità ugandese, 60 anni: si trovava in una fossa comune vicino alla località di Chilapa, insieme ad altri cadaveri.
In tutti questi casi, il testimone della fede appare non come eroe solitario, bensì come una persona talmente inserita in un popolo sofferente da condividerne la drammatica vulnerabilità, fino alla morte. Trattandosi poi di tre sacerdoti, possiamo a buon diritto scomodare l’immagine del buon pastore che non abbandona il gregge quando vede venire il lupo, ma l’affronta con la fede disarmata in Dio salvatore. Un altro particolare merita di essere segnalato. Spesso non ci facciamo caso, ma accanto agli operatori pastorali che vengono ammazzati ci sono altre vittime, meno eclatanti, ma di cui non è giusto tacere. Potremmo chiamarli i “gregari della missione”: persone che solitamente stanno nelle retrovie, ma il cui contributo alla causa del Regno non è meno importante di quello di vescovi e sacerdoti.
Accanto a padre Gerry Maria Inau, ucciso nel maggio scorso in un’area remota della sua diocesi di Bereina (Papua Nuova Guinea), c’era – ad esempio – un laico, Benedict, ministro straordinario dell’Eucaristia. Membri di due gruppi etnici diversi, davano testimonianza di unità in una zona segnata da gravi tensioni tribali. Non è stato ucciso, fortunatamente, ma soltanto ferito, l’autista che accompagnava suor Clecensia Kapuli, il giorno in cui, andando a ritirare dei soldi in banca, la religiosa è stata assassinata nel corso di una rapina a Dar es Salaam, in Tanzania.
Anni fa, esattamente il 1 agosto 1996 in Algeria, finì invece ammazzato il giovane musulmano che guidava l’auto su cui viaggiava il vescovo di Orano, monsignor Pierre Claverie. Ancora. Nel 2014 si è ricordato il venticinquesimo anniversario del massacro dei gesuiti dell’Università centroamericana di San Salvador: il 16 novembre del 1989 vennero assassinati il rettore, lo spagnolo Ignacio Ellacuría, e cinque confratelli: Ignacio Martin Baro, Segundo Montes, Amando Lopez, Juan Ramon Moreno e Joaquin Lopez. Con loro vennero ammazzate la cuoca Elba Julia Ramos e sua figlia Celina Mariceth Ramos, appena quindicenne. Concludo con due riferimenti storici, entrambi significativi, ad altrettanti “gregari della missione”.
Il 24 maggio scorso sono stati beatificati il missionario del Pime Mario Vergara e un catechista laico locale, Isidoro Ngei Ko Lat, entrambi uccisi “in odium fidei” in Birmania, nel 1950. Non è lontana la beatificazione di un altro missionario italiano in Asia, anch’egli ucciso assieme a un fedele collaboratore locale. Parlo di padre Mario Borzaga, missionario degli Oblati di Maria Immacolata in Laos: partito dalla missione il 25 aprile 1960, insieme con il diciannovenne Thoj Xyooj, non ha mai più fatto ritorno. Solo a 40 anni di distanza si è saputo della probabile uccisione per mano di guerriglieri locali.