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Maternità surrogata groviglio anti-umano

di Assuntina Morresi Avvenire - 22/01/14

Il 1° luglio 2011: la prima sezione civile del Tribunale di Napoli stabilisce che debbano essere trascritti in Italia i certificati di nascita di due bambini nati a El Paso, in Colorado, da maternità in affitto, riconosciuti figli di un uomo single. I giudici trattano il caso come fecondazione eterologa, cioè con gameti che non appartengono ai genitori legali.
D’altra parte, negli atti non si fa menzione della madre – genetica, surrogata o legale che sia – e non si capisce chi sia stata indicata come tale nel certificato di nascita. Analoghe le conclusioni di una sentenza del 6 giugno 2013, con cui il gup di Trieste ha assolto una coppia che si era recata in Ucraina per una gravidanza su commissione, ed era tornata con due gemelli dichiarati propri. Dei due genitori legali solo il padre lo era anche biologicamente, mentre la donna non aveva legami genetici con i bambini, e neppure li aveva partoriti.
Ma la coppia è stata assolta perché la legge ucraina consente l’utero in affitto, e i documenti riportavano quanto riconosciuto in quel Paese: la madre committente si poteva legittimamente considerare madre legale. Quindi chiedendo di trascrivere in Italia i documenti ucraini, nei quali i due gemelli risultavano figli propri, la coppia, secondo il giudice, non aveva dichiarato il falso. Peraltro già nel 2009 la Corte di Appello di Bari aveva stabilito la liceità della trascrizione all’anagrafe italiana di un provvedimento britannico di maternità surrogata.
Tre storie molto diverse e indicative di come il fenomeno dell’utero in affitto si stia diffondendo, e soprattutto di come contribuisca a cambiare il significato di essere genitore, in particolare di essere mamma. I tre pronunciamenti, pur nella diversità delle situazioni, hanno la stessa conclusione: in Italia sono validi gli atti che riconoscono come genitori coloro che sono ricorsi, all’estero, alla gravidanza a pagamento. E d’altra parte, per evitare che i bambini nati in questo modo diventino orfani e apolidi, sempre più spesso i tribunali dei diversi Paesi tendono a “sanare” situazioni al di fuori della legalità.
L’utero in affitto è di per sé un fenomeno che attraversa i confini degli Stati, e spesso anche dei continenti: per essere disposta a cedere un figlio appena nato, dopo averlo sentito crescere dentro di sé per nove mesi, una donna deve trovarsi in pesanti condizioni di indigenza e di subordinazione (nel corso dei secoli, erano le schiave ad essere costrette ad abbandonare i propri figli).
Al tempo stesso solo in Paesi con un diritto fragile si può obbligare una donna a disfarsi del figlio appena partorito, anche se dietro compenso. La maternità conto terzi è una pratica molto costosa, che spesso include anche l’acquisto di ovociti da una donna diversa da quella che accetta di portare avanti la gravidanza a pagamento: chi commissiona il figlio, quindi, deve essere benestante, e nella maggior parte dei casi vive nei ricchi Paesi occidentali. È difficile che coppia committente, madre surrogata (con eventuale marito), chi cede i gameti e le cliniche coinvolte si trovino tutti nello stesso Paese.
La nascita del bambino dovrà quindi essere registrata secondo un mix di legislazioni che si dovranno reciprocamente confrontare su filiazione, procedure di fecondazione in vitro e cittadinanza: un intreccio di disposizioni che facilmente diventa un groviglio inestricabile, un nodo di Gordio troppo spesso tagliato da tribunali chiamati ad assegnare genitori e cittadinanza a bambini sospesi in un limbo normativo surreale.
Nell’impossibilità di armonizzare tante leggi – anche di continenti diversi – la strada più percorribile in gran parte dei casi è quella della “sanatoria”, cioè lasciare il bambino con chi lo vuole o lo ha cresciuto, o comunque ha intenzione di crescerlo, a prescindere dalle disposizioni esistenti nei diversi Stati coinvolti. Una decisione che porta con sé due conseguenze: la prima è la legittimazione per via giudiziaria della pratica anche nei Paesi dove è vietata, ed è facile aspettarsi che i parlamenti prima o poi regolamentino prassi che nel tempo tendono a consolidarsi. La seconda è un cambiamento nella definizione e nella percezione dell’essere genitori: un padre e una madre non sono più tali perché hanno concepito un figlio, ma in quanto intenzionati ad averne uno, indipendentemente dal legame fisico fra loro e con il figlio stesso.
Per esempio, nel decreto del Tribunale di Napoli si legge: «Quando il legislatore ha vietato la fecondazione eterologa ha inteso spostare il baricentro del rapporto di filiazione sul dato biologico […]. In realtà, quello che emerge è piuttosto il cosiddetto favor affectionis, ovvero la preminenza che nella costruzione della paternità/filiazione assume il dato volitivo rispetto a quello biologico». Essere genitori, padre e madre, quindi, non è più innanzitutto quell’esperienza comune a tutta l’umanità – ciascuno di noi esiste perché figlio di un uomo e una donna – che passa attraverso la fisicità del rapporto fra un uomo e una donna e di quello che si crea fra una madre e suo figlio, durante la gravidanza e nel parto.
Si diventa genitore quando si palesa l’intenzione di diventarlo: un puro atto della volontà individuale che, una volta espresso, diventa indiscutibile e predominante, superando anche la concretezza dei legami fisici.
Le nuove tecniche riproduttive depersonalizzano la procreazione, separandone i contributi biologici, sessuali e sociali, moltiplicando le figure paterne e soprattutto materne. Se infatti il padre naturale continua a essere solo uno, le madri naturali possono essere due (tre, nel caso della manipolazione degli ovociti), una genetica e l’altra gestazionale, e vanno anche conteggiati i genitori legali.
Se poi aggiungiamo che la fecondazione assistita nasconde in laboratorio i contributi maschile e femminile, dando l’illusione che anche singoli individui e coppie dello stesso sesso possano avere figli, ecco che sparisce anche il riferimento alla dualità padre/madre: la procreazione asessuata apre la porta a un numero di genitori imprecisato e a loro combinazioni gender neutral. Già nel mondo diversi tribunali – perché sempre da lì si comincia, mai dai parlamenti – hanno riconosciuto l’esistenza di più di due genitori per uno stesso bambino.

Il mercato immenso che si è creato intorno alle tecniche di fecondazione assistita spinge, anziché scoraggiare, verso percorsi di genitorialità patchwork: moltiplicare le persone coinvolte nella “riproduzione collaborativa” aumenta costi e guadagni, e consente gravidanze anche in situazioni limite, dove nessuno mai si era avventurato se non con la fantasia, come avviene adesso, per esempio, nell’ultima frontiera delle “gravidanze transgender”. Un figlio trasformato in commodity, una merce soggetta a regole di mercato, in cui ogni fase – dal concepimento alla gravidanza alla nascita – ha un suo listino prezzi, che ha reso oramai irriconoscibili maternità e paternità.