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Siria, attacco islamista alla culla del cristianesimo

di Giorgio Bernardelli - La Bussola quotidiana - 05/09/13

Quattrocentocinquantamila. Cioè quasi un cristiano ogni quattro. È questa la stima del patriarca greco-melchita Gregorio III Laham sul numero dei cristiani che dal marzo 2011 – a causa del conflitto in Siria – sono stati costretti a lasciare le loro case. Il dato è arrivato in queste ore da Amman, a margine di una conferenza islamo-cristiana organizzata dal re di Giordania che ha visto martedì la presenza in Giordania di personalità cristiane da tutto il Medio Oriente.
Questi 450.000 cristiani – ha spiegato il patriarca in una dichiarazione rilasciata all’agenzia Afp – «sono coloro che per fuggire alla violenza hanno dovuto abbandonare le loro case e dirigersi verso altre località della Siria o all’estero». Si tratta – dunque – sia di profughi ufficialmente riconosciuti come tali, sia di sfollati interni, cioè persone che scappano dalle loro città (Homs e Aleppo su tutte) per trovare rifugio a Damasco o in altre zone del Paese.
L’altro giorno l’Alto Commissariato Onu aveva comunicato che – secondo i propri dati – i profughi fuggiti dalla Siria avrebbero ormai superato quota 2 milioni, mentre gli sfollati interni sarebbero circa 4,25 milioni. Un semplice raffronto tra questi numeri e quelli forniti da Gregorio III Laham è sufficiente a mostrare come il numero dei cristiani costretti alla fuga dalla violenza delle milizie islamiste non sia affatto un fenomeno marginale. Ed è anche questo un dato che – purtroppo – rischia di crescere ulteriormente.
L’altra notizia di ieri è, infatti, l’attacco sferrato dai guerriglieri di Jabat al Nusra – una delle due formazioni qaediste che combattono in Siria – contro il villaggio di Maloula, luogo simbolo non solo del cristianesimo siriaco, ma anche della convivenza possibile tra popoli e culture. Maloula, infatti, è una piccola cittadina a cinquanta chilometri a Nord di Damasco: sorge su un’altura a 1500 metri di altezza, sulla strada che collega la capitale a Homs. È un luogo dalla storia antichissima, dove si parla ancora un dialetto aramaico molto vicino alla lingua utilizzata da Gesù. Qui lo parlano anche i musulmani a testimonianza dei rapporti che li legano ai cristiani del villaggio (in maggioranza greco-cattolici), vissuti sempre attorno ai conventi di Santa Tecla e San Sergio e alle grotte dove abitavano i monaci. Un luogo incantevole, carico di storia e di fede.
Da ieri mattina, però, anche Maloula è sotto attacco: a lanciare l’allarme è stato il sito Ora pro Siria, che ha rilanciato un messaggio giunto dal villaggio. «Amici, fratelli e sorelle – recita – unitevi alle nostre preghiere per il monastero di Maloula, la culla del cristianesimo siriaco. Ora è sotto il dominio delle forze del male, ma noi che siamo figli di Dio sappiamo di essere vincitori in Cristo Gesù». Le «forze del male» a cui il messaggio allude hanno un nome ben preciso: un commando di al Nusra – appunto – che all’alba ha preso d’assalto il posto di blocco dell’esercito che si trova all’ingresso del villaggio. L’hanno attaccato con un’autobomba uccidendo almeno otto persone. A confermare l’azione è stata una fonte non certo accusabile di connivenze con l’esercito siriano come il Syrian Observatory for Human Rights di Londra: ha diffuso un video in cui si vedono i miliziani islamisti prendere il controllo del posto di blocco, con la voce del cameraman che afferma: «Allah Akbar. Questa è la liberazione di Maloula». Sempre il Syrian Observatory ha riportato una testimonianza raccolta dal monastero di Santa Tecla che riferisce come dalla periferia gli uomini di al Nusra stiano sparando degli obici sul centro della cittadina.
Un nuovo mistero doloroso per i cristiani della Siria; nuove lacrime che non possono non entrare nella preghiera di questi giorni per la pace. E non si può non sottolineare come proprio mentre il Papa rinnova il suo appello alla riconciliazione – e questo messaggio viene ascoltato con attenzione anche da tanti musulmani in Siria – gli islamisti, al contrario, prendono di mira un villaggio su una montagna che è simbolo di convivenza. Tentando ancora una volta di cancellare l’identità più profonda della Siria. Anche Maloula – a volerla guardare bene – è una «linea rossa» superata. E non certo la prima di questo genere. Sarebbe bello, prima o poi, sentire che cos’hanno da dire in proposito i grandi del mondo che continuano a considerare solo un aspetto di questa tragedia.