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Utero in affitto per il senatore del PD

di Tommaso Scandroglio La nuova bussola quotidiana - 29/05/14

Se non si può fare in Italia basta andare all’estero. Questa è il succo della storia di “matrimoni” e figli che ha visto protagonista il parlamentare del Partito Democratico Sergio Lo Giudice, omosessuale dichiarato ed ex presidente dell’Arcigay. Nel 2011 “sposa” il compagno Michele Giarratano ad Oslo, “l’unico Paese [la Norvegia] che permette le nozze senza essere residenti” spiega il senatore PD. Ed aggiunge: “ci batteremo perché l’unione venga riconosciuta legalmente anche in Italia” appellandosi alla decisione del Tribunale di Grosseto che nell’aprile scorso ha ordinato agli uffici anagrafici la trascrizione di un “matrimonio” celebrato all’estero tra persone dello stesso sesso.
Poi la coppia vola negli States per avere un bambino con la tecnica dell’utero in affitto. Il seme maschile è stato fornito dal Giarratano. Qualche giorno fa l’annuncio che il bebè è venuto al mondo.
Lo Giudice sulla sua pagina personale scrive: «Ci sono viaggi senza ritorno. Alcuni ci gettano nella disperazione perché ci sentiamo impotenti per l’impossibilità di porre rimedio. Altri invece sono viaggi senza ritorno verso la Felicità e non puoi fare altro che aprire il cuore e respirare a pieni polmoni la gioia che ne deriva. In questi casi proviamo a difendere questa felicità con le unghie e i denti, proviamo a preservarla, a evitare intrusioni, anche in quella che è la nostra privacy. Non sempre ci riusciamo, o almeno certe volte è più difficile di altre: ma vale comunque la pena averci provato. Buon viaggio a tutti i sognatori, buon viaggio a chi rispetta gli altri, buon viaggio a chi ama… E buon viaggio alla mia Famiglia». E buona notte alla legalità.
Qui infatti abbiamo un senatore della Repubblica Italiana che pur di non rispettare le leggi del nostro Paese se ne va all’estero. Infatti nel nostro ordinamento giuridico non c’è un divieto espresso riferito al “matrimonio” tra persone dello stesso sesso, per il semplice motivo che la legge italiana non lo contempla proprio. È una realtà giuridicamente inesistente. L’unico matrimonio è quello tra uomo e donna (cfr. art. 107 Codice Civile; art. 5 della legge sul Divorzio,art. 9 l. n. 74 del 1987). Così come non c’è un divieto di sposarsi la propria gatta (ci arriveremo prima o poi: lo stilista Lagerfeld nel giugno dello scorso anno espresse il desiderio di convolare a nozze con la sua micia Choupette) o il proprio smartphone.
Analogamente dicasi per la pratica dell’utero in affitto, esplicitamente vietata dall’art. 12 della legge 40. Lo Giudice, come molti altri connazionali, invece assume, dal punto di vista sostanziale e non tanto giuridico, una chiara condotta in frode alla legge, perché aggira l’ostacolo recandosi là dove “matrimonio” gay e maternità surrogata sono legali, ben sapendo che qui nulla gli capiterà perché il primo non verrà riconosciuto e la seconda è stata praticata non sul suolo italiano. Una nuova forma di immunità parlamentare ha inventato l’on Lo Giudice. Però, ciò che rimane è il fatto che un nostro Parlamentare non ha rispettato alcuni principi presenti nelle leggi italiane su temi di rilevanza capitale.
Non solo, ma come ha ammesso esplicitamente si batterà perché le “nozze” gay entrino a far parte del nostro ordinamento giuridico, battaglia che procede in parallelo con un’altra, sempre da lui ingaggiata, volta al riconoscimento del cambiamento di sesso senza bisogno dell’intervento chirurgico. In merito invece alla tecnica dell’utero in affitto ci ha già pensato la Corte Costituzionale che recentemente ha abolito il divieto di accedere alla fecondazione artificiale eterologa. E dunque anche tale pratica, uno dei sottoinsiemi che compongono l’eterologa, è lì lì per essere ammessa.
Poco importa che queste future e ahinoi probabili modifiche legislative andranno a stravolgere il vissuto privato e collettivo dei nostri connazionali. Questo è lo scotto che deve pagare l’italiano medio per vedere tutelata la “felicità” e la vita privata di Lo Giudice & Co., la quale “felicità e privacy” – citando le sue parole – devono essere difese “con le unghie con i denti”, fino dentro alle aule parlamentari se occorre.