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Educazione e santità

Vissuto a Torino nel XIX secolo, Giovanni Bosco fu testimone di profondi e complessi cambiamenti politici, sociali e culturali: i moti rivoluzionari del 1848, la guerra e l’esodo della popolazione dalle campagne verso la città, tutti fattori che incisero profondamente sulle condizioni di vita della gente, specialmente dei ceti meno abbienti. Addensati nelle periferie delle città, i poveri in genere ed i giovani in particolare erano oggetto di  sfruttamento o vittime della disoccupazione; molti bambini e ragazzi non erano seguiti adeguatamente e spesso affatto curati nella loro crescita umana, morale, religiosa e professionale.
Sin dall’età di nove anni, attraverso un sogno che lo aveva particolarmente colpito, Giovanni aveva intuito di essere chiamato a divenire padre di una moltitudine di giovani. Così lo racconta nelle sue Memorie: “Mi pareva di essere vicino a casa dove stava raccolta una moltitudine di fanciulli. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. Quell’uomo maestoso (così descrive l’immagine di Dio) mi chiamò per nome e mi disse: «Mettiti adunque a fare loro un’istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù»”.
Giovannino, rimasto orfano di padre all’età di soli due anni, crebbe con la mamma Margherita e i fratellastri avuti dal padre in un precedente matrimonio. Il fratello maggiore Antonio fu sempre contrario alla possibilità che studiasse, perché avrebbe voluto che lavorasse con lui nei campi. La mamma, però, favorì in tutti i modi che potesse frequentare la scuola e diventare sacerdote. Dotato di intelligenza non comune, Giovanni era anche molto allegro e sempre circondato di compagni. Giocoliere ed equilibrista, li attirava per le sue abilità e mai perdeva l’occasione di parlare loro del Vangelo, riportando quanto aveva imparato al catechismo o ascoltato nelle omelie. La sua giovinezza fu l’anticipo di una straordinaria missione educativa. Sacerdote in una Torino in via di sviluppo, venne a diretto contatto con i giovani carcerati e con altre drammatiche situazioni umane. Nel 1841 iniziò l’ “Opera degli Oratori” con un semplice catechismo, fino ad estendersi per rispondere a ogni bisogno umano incontrato. Aprì così l’ospizio per accogliere i ragazzi sbandati e i bambini che vivevano per strada, il laboratorio e la scuola di arti e mestieri per insegnare loro un lavoro e renderli capaci di guadagnarsi onestamente la vita, la scuola umanistica aperta ad un ideale vocazionale, tante iniziative ricreative proprie dell’epoca come il teatro, la banda, il canto, le passeggiate autunnali.
Il tratto fondamentale della sua genialità educativa fu legato a quella prassi pedagogica che lui stesso definì: “sistema preventivo”. Certamente voleva prevenire il sorgere di esperienze negative, che avrebbero potuto compromettere il futuro dei suoi ragazzi o obbligarli a lunghi e penosi sforzi di recupero. Ma soprattutto la sua era un’arte di educare in positivo, proponendo il bene in esperienze adeguate e coinvolgenti, capaci di attrarre per la loro nobiltà e bellezza; l’arte di far crescere i giovani facendo leva sulla libertà interiore, conquistando il loro cuore per invogliarli con gioia e soddisfazione verso il bene, correggendo le deviazioni e preparandoli al domani con una solida formazione della personalità. “La pratica del sistema preventivo – scriveva – è tutta poggiata sopra le parole di san Paolo che dice: «La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo»”. Già nel sogno fatto a nove anni, gli era stato raccomandato: “Non con le percosse ma con la mansuetudine e con la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici”. Tre furono i pilastri del suo sistema educativo: “ragione, religione, amorevolezza”. Con il termine “ragione” intendeva l’autentica visione dell’umanesimo cristiano, il valore della persona, della coscienza, della natura umana, della cultura, del mondo del lavoro, del vivere sociale. Per don Bosco la ragione è un dono di Dio che indica i valori del bene, gli obiettivi da perseguire, i modi da usare. L’obiettivo educativo ultimo che si proponeva era la formazione del credente.Per lui l’uomo maturo era il cittadino di fede, che metteva al centro della sua vita l’ideale dell’uomo nuovo. Per “religione” non intendeva qualcosa di speculativo e astratto, ma una fede viva, radicata nella realtà, fatta di presenza e di comunione, di ascolto e di docilità alla grazia. Don Bosco proponeva ai giovani un programma semplice e allo stesso tempo impegnativo, sintetizzato in una formula felice e suggestiva: “Onesto cittadino, perché buon cristiano”. Come egli amava dire, colonne del suo edificio educativo erano: l’Eucarestia, la Penitenza, la devozione alla Madonna, l’amore alla Chiesa e ai suoi pastori. L’amorevolezza era per lui un atteggiamento quotidiano; era presente in mezzo ai giovani, pronto ad affrontare con loro sacrifici e fatiche, con simpatia profonda e capacità di dialogo. Amava dire: “Qui con voi mi trovo bene: è proprio la mia vita stare con voi”. Ai suoi collaboratori raccomandava un clima di “presenza pedagogica”, dove l’educatore non è considerato un superiore ma un “padre, maestro, amico”. Don Bosco riteneva necessaria la familiarità. “Gli orientamenti metodologici – diceva – acquistano
concretezza ed efficacia solo se improntati a schietto spirito di famiglia, cioè se vissuti in ambienti sereni, gioiosi, stimolanti”. Per questo dava ampio spazio e dignità al momento ricreativo, allo sport, alla musica, al teatro o – come egli amava chiamarlo con una sola parola – al cortile. “Il Signore mi ha mandato per i giovani” – amava dire. “Fate conto che quanto io sono, sono tutto per voi, giorno e notte, mattino e sera, in qualunque momento. Io non ho altra mira che di procurare il vostro vantaggio morale, intellettuale e fisico. Io per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo e per voi sono disposto anche a dare la vita”. Fece suo il motto di san Francesco di Sales, suo grande maestro, che pregava dicendo: “Da mihi animas, caetera tolle. Dammi le anime, prendi tutto il resto”. Particolarmente per i ragazzi che incontrava, san Giovanni Bosco offrì tutto se stesso e l’intera sua vita, perché potessero godere una vita felice e la salvezza eterna.
Il sacrificio che viveva era tale da spingere la gente a dire: “Povero don Bosco, la passione per il bene dei giovani è così grande che gli ha dato di volta il cervello”. Lui stesso affermava: “La follia dell’amore toglie il punto… la sua speranza scandalizza il calcolo e la misura. Un assillo totale che spinge fuori di sé. Come può stare tranquillo chi sa che un figlio dell’uomo ORA si sta perdendo?”.
Grande importanza diede don Bosco alla scuola, adoperandosi perché tutti potessero ricevere un’adeguata istruzione, affinché sapessero tutti almeno leggere, scrivere e far di conto. Seguiva negli studi i ragazzi più dotati, perché potessero proseguire la loro formazione secondo le proprie attitudini. Il suo interesse preferenziale era per il mondo del lavoro. Aveva a cuore che le nuove generazioni fossero dotate di competenza professionale e tecnica adeguata e perché trovassero condizioni di lavoro dignitose. Sua è l’idea del primo contratto di apprendistato in Italia, voluto per garantire ai giovani la possibilità di imparare un mestiere senza essere sfruttati. Don Bosco è stato sempre sostenuto dalla madre Margherita nel suo cammino; da lei aveva imparato l’amore alla Madonna, la fiducia nella Provvidenza, la carità sopra ad ogni altra cosa e lei aveva avuto come compagna e collaboratrice anche nei suoi primi anni in oratorio fino alla sua morte. Mamma Margherita si occupava della cucina ed era per i ragazzi di don Bosco come una seconda mamma o come quella madre che era loro mancata. Significativo del clima che si viveva in oratorio è l’episodio della moltiplicazione delle castagne, paradigmatico dell’educazione e della santità di don Bosco: “La domenica dopo la festa di Tutti i Santi del 1949, si era fatto nell’oratorio l’esercizio della buona morte, ossia la Confessione e la Comunione da tutti i giovani interni ed esterni. E alla sera, don Bosco li condusse a visitare il camposanto, con la promessa di regalare loro le castagne quando sarebbero tornati. Mamma Margherita ne aveva comperati tre sacchi; ma poi pensando che mezzo sacco sarebbe bastato per far divertire quei giovani, si limitò a far cuocere quelle. Ritornati i giovani e schieratisi come soldati in attesa, don Bosco si accinse alla distribuzione, riempiendo a ognuno il berretto. «Che fai!» – Gli gridò allora la madre. «Non ne abbiamo abbastanza!». «Ma sì!… – soggiunse don Bosco; – ne abbiamo tre sacchi!». «Ma le altre non sono cotte!». «O cotte o non cotte, continuiamo come abbiamo cominciato!». E continuò realmente a dare a ognuno il berretto pieno. Intanto il cesto si svuotava; non ve ne erano più che poche manate, e i giovani erano ancora molti. Alle
grida di gioia, successe a poco a poco un silenzio d’ansietà: tutti temevamo di restare senza. Ma don Bosco, che non si sgomentava mai, li incoraggiava dicendo: «Le migliori stanno in fondo. Niente paura!». E rimboccatesi le maniche, continuò a cacciare le mani nel cesto e riempire i berretti. Per quante ne cavasse, non diminuivano mai; di modo che tutti furono serviti, e quando si portò il cesto in cucina, ne rimaneva ancora la porzione di don Bosco e quella della mamma. In quella sera, nel cortile e sulle vie, fu un grido solo: «Don Bosco ha moltiplicato le castagne». In memoria di questo fatto, in tutte le case di don Bosco, si distribuiscono, la sera dei Santi, le castagne lessate”.

da Nel Frammento, anno XV numero3