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Meditazioni 20 marzo 2017

Solennità di San Giuseppe, sposo della beata Vergine Maria

Invochiamo la Madonna e, attraverso di Lei, lo Spirito Santo. Lo Spirito che, investendo misteriosamente la sua carne, le ha permesso di partorire Dio nel tempo come uomo. Chi può essere più caro alla nostra vita se non quell’Uomo partorito da quella donna di nome Maria, tutta investita dalla presenza dello Spirito Santo? E se invochiamo la Madonna e lo Spirito Santo, possiamo essere certi che tutta la loro iniziativa su di noi non potrà essere per meno di Colui che la Madonna ha partorito nella forza vivificante dello Spirito Santo. Alla mamma non possiamo chiedere qualcosa di meno o di diverso da suo figlio, qualcosa che assomigli a suo figlio. Alla santissima mamma possiamo solo chiedere il figlio, quel figlio, quella presenza, Gesù. E la mamma è sempre sicura mediatrice tra la nostra supplica e la presenza di Gesù. Proprio a Lei, nella forza dello Spirito Santo, domandiamo che la nostra vita non sia mai meno del desiderio di Lui. Che la Sua presenza risulti in noi come ciò che abbiamo di più caro, come la presenza che decide di tutta la nostra vita in ogni suo istante (Nicolino Pompei, Quello che abbiamo di più caro è Cristo stesso).

A lei affidiamo ciascuno di noi, Nicolino e tutte le intenzioni che porta nel suo cuore; in particolare preghiamo per Alessandra, per Cristina,per Enzo, per Franco, per Laura, per Giancarlo, per Gianluca, per Lorena e per tutti i familiari e gli amici di questi nostri cari. Preghiamo per Papa Francesco e, come ci ha chiesto all’Angelus di ieri, preghiamo per la cara popolazione del Perù, duramente colpita da devastanti alluvioni, per le vittime e per quanti sono impegnati nel prestare soccorso. Alla beata Vergine Maria a San Giuseppe suo sposo affidiamo tutti coloro che sono chiamati ad essere padri e la Santa Chiesa universale.

O Dio, vieni a salvarmi
    Signore, vieni presto in mio aiuto
Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo
Come era nel principio è ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen

Invocazione allo Spirito Santo…

Nel primo mistero della gioia contempliamo l’annuncio dell’angelo a Maria
«Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore e prese con sé la sua sposa» (Mt 1,24). In queste parole è già racchiusa la missione che Dio affida a Giuseppe, quella di essere custos, custode. Custode di chi? Di Maria e di Gesù; ma è una custodia che si estende poi alla Chiesa, come ha sottolineato Giovanni Paolo II: «San Giuseppe, come ebbe amorevole cura di Maria e si dedicò con gioioso impegno all’educazione di Gesù Cristo, così custodisce e protegge il suo mistico corpo, la Chiesa, di cui la Vergine Santa è figura e modello» (Esort. ap. Redemptoris Custos, 1). Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende (Papa Francesco, Omelia del 19/03/13).

Nel secondo mistero della gioia contempliamo la visita di Maria alla cugina Elisabetta
Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio; ed è quello che Dio chiede a Davide […]: Dio non desidera una casa costruita dall’uomo, ma desidera la fedeltà alla sua Parola, al suo disegno; ed è Dio stesso che costruisce la casa, ma di pietre vive segnate dal suo Spirito. E Giuseppe è “custode”, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge. In lui cari amici, vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato! (Ibi).

Nel terzo mistero della gioia contempliamo la nascita di Gesù
Il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza! Oggi, insieme con la festa di san Giuseppe, celebriamo l’inizio del ministero del nuovo Vescovo di Roma, Successore di Pietro, che comporta anche un potere. Certo, Gesù Cristo ha dato un potere a Pietro, ma di quale potere si tratta? Alla triplice domanda di Gesù a Pietro sull’amore, segue il triplice invito: pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle. Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce; deve guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di san Giuseppe e come lui aprire le braccia per custodire tutto il Popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli, quelli che Matteo descrive nel giudizio finale sulla carità: chi ha fame, sete, chi è straniero, nudo, malato, in carcere (cfr Mt 25,31-46). Solo chi serve con amore sa custodire! (Ibi).

Nel quarto mistero della gioia contempliamo la presentazione di Gesù al tempio
Ecco quindi delineata la figura di Giuseppe: l’uomo nascosto, l’uomo del silenzio, l’uomo che fa da padre adottivo ; l’uomo che ha la più grande autorità in quel momento senza farla vedere. Un uomo che potrebbe dirci tante cose, eppure non parla, che potrebbe comandare, giacché comanda sul Figlio di Dio, eppure obbedisce. A lui, al suo cuore, Dio confida cose deboli: infatti una promessa è debole, così come è debole un bambino, ma anche una ragazza della quale lui ha avuto un sospetto. Debolezze che poi continuano anche negli eventi successivi: pensiamo alla nascita del bambino, alla fuga in Egitto…. Tutte queste debolezze Giuseppe le prende in mano, le prende nel cuore e le porta avanti come si portano avanti le debolezze, con tenerezza, con tanta tenerezza, con la tenerezza con la quale si prende in braccio un bambino. La liturgia, perciò, offre l’esempio dell’uomo che non parla ma obbedisce, l’uomo della tenerezza, l’uomo capace di portare avanti le promesse perché divengano salde, sicure; l’uomo che garantisce la stabilità del regno di Dio, la paternità di Dio, la nostra filiazione come figlio di Dio. Ecco perché Giuseppe mi piace pensarlo come il custode delle debolezze, anche delle nostre debolezze. Infatti egli è capace di far nascere tante cose belle dalle nostre debolezze, dai nostri peccati (Papa Francesco, cfr Meditazione quotidiana a Santa Marta del 20/03/17).

Nel quinto mistero della gioia contempliamo il ritrovamento di Gesù nel tempio tra i dottori della legge
Giuseppe è custode delle debolezze perché divengano salde nella fede. Un compito fondamentale che Giuseppe ha ricevuto in sogno, perché lui era un uomo capace di sognare. Quindi egli non solo è custode delle nostre debolezze, ma anche possiamo dire che è il custode del sogno di Dio: il sogno di nostro Padre, il sogno di Dio, della redenzione, di salvarci tutti, di questa ricreazione, è confidato a lui Grande questo falegname! Egli zitto, lavora, custodisce, porta avanti le debolezze, è capace di sognare. E a lui io oggi vorrei chiedere: ci dia a tutti noi la capacità di sognare perché quando sogniamo le cose grandi, le cose belle, ci avviciniamo al sogno di Dio, le cose che Dio sogna su di noi. In conclusione, una particolare intercessione: Che ai giovani dia — perché lui era giovane — la capacità di sognare, di rischiare e prendere i compiti difficili che hanno visto nei sogni. E a tutti i cristiani, infine, doni la fedeltà che generalmente cresce in un atteggiamento giusto, cresce nel silenzio e cresce nella tenerezza che è capace di custodire le proprie debolezze e quelle degli altri (Ibi).