NELLA CRISI… LA SPERANZA
da Nel Frammento anno VII numero 2
“Per superare la crisi economica e sociale che stiamo vivendo, sappiamo che occorre uno sforzo libero e responsabile da parte di tutti; è necessario cioè superare gli interessi particolaristici e di settore così da affrontare insieme ed uniti le difficoltà che investono ogni ambito della società in modo speciale il mondo del lavoro. L’auspicio è quindi che dall’attuale crisi mondiale scaturisca la volontà comune di dar vita a una nuova cultura della solidarietà e della partecipazione responsabile, condizioni indispensabili per costruire insieme l’avvenire del nostro pianeta” (Benedetto XVI, Discorso ai dirigenti della CISL, Roma 31.01.09)
Intervenire sulla crisi economica ci ha suscitato immediatamente due considerazioni apparentemente opposte tra loro; da una parte ciò che si sta vivendo a livello mondiale risulta d’acchito molto più grande di noi, difficile da comprendere per la complessità e ramificazione delle questioni in gioco, per l’osc urità di termini e sigle (bond, subprime, cartolarizzazioni…) con i quali la si definisce, la si spiega, la si analizza. Dall’altra questa situazione è invece senz’altro drammaticamente vicina, per la martellante cronaca che ne riportano i media, ma ancor di più perché iniziamo a vedere amici e conoscenti che perdono lavoro a 40 anni, ditte che chiudono, negozi sotto casa con serrande che al mattino non si alzano più.
Ad uno sguardo attento le avvisaglie di uno stravolgimento degli equilibri economico-finanziari erano già ben chiare; fino a qualche mese fa grazie alla “finanza creativa” i risparmi investiti rendevano di più dello stipendio mensile oppure, a tutt’oggi, costa meno andare in aereo a Londra che fare la spesa al supermercato.
Il desiderio che la vita sia sempre vissuta dentro un giudizio, cioè che la ragione illuminata dalla fede sia sempre aperta sulla realtà in una continua esigenza di comprensione e spiegazione di essa – l’unica posizione che rende liberi e ultimamente certi e felici anche dentro situazioni oggettivamente tremende – ci ha portato ad approfondire e a cercare di comprendere quanto sta accadendo non solo dentro un tecnicismo di intrecci, equilibri e flussi economico-finanziari che sono saltati, ma anche volendo capire chi è l’uomo che c’è dietro e dentro, cosa ha portato a questa situazione, quali errori di valutazione sulla realtà e quale distorsione delle cose sottendono una crisi di così larga scala e di così grave impatto che non ha pari con nessun fenomeno accaduto negli ultimi decenni. È questo il monito del Cardinale A. Bagnasco che invita a “saper andare oltre la fenomenologia di tipo finanziario o economico, per scorgere il volto meno immediatamente visibile, ma non meno gravido di conseguenze per la vita nostra personale e dell’intera società: l’involuzione antropologica ed etica ”; e seguendo questo invito possiamo quindi comprendere che la questione si pone al livello del modo di concepire la natura stessa dell’uomo e del suo lavoro e quindi dell’economia.
Il magistero della Chiesa ci viene in aiuto per comprendere due aspetti decisivi del lavoro in quanto fondamentale dimensione dell’esistenza umana sulla terra. Giovanni Paolo II nella Lettera enciclica sul lavoro umano Laborem exercens affermava che “l’uomo è immagine di Dio, tra l’altro, per il mandato ricevuto dal suo Creatore di soggiogare, di dominare la terra.
Nell’adempimento di tale mandato, l’uomo, ogni essere umano, riflette l’azione stessa del Creatore dell’universo ”. E proseguiva profeticamente, considerando che sono parole di quasi trent’anni fa, dicendo che “se a volte si parla di periodi di accelerazione nella vita economica e nella civilizzazione dell’umanità – si pensi alla globalizzazione – o delle singole nazioni unendo queste accelerazioni al progresso della scienza e della tecnica, e, specialmente, alle scoperte decisive per la vita socio-economica – e si pensi ora ad internet -, si può dire al tempo stesso che nessuna di queste accelerazioni supera l’essenziale contenuto di ciò che è stato detto in quell’antichissimo testo biblico (soggiogate la terra, ndr). Diventando mediante il suo lavoro sempre di più padrone della terra, e confermando – ancora mediante il lavoro – il suo dominio sul mondo visibile, l’uomo, in ogni caso ed in ogni fase di questo processo, rimane sulla linea di quell’originaria disposizione del Creatore, la quale resta necessariamente e indissolubilmente legata al fatto che l’uomo è stato creato” (LE 4). Recidere, distaccarsi o ancor peggio negare o disconoscere questo fattore originario e costitutivo dell’uomo, la presunzione di non “dipendere” da niente e da nessuno è il peccato “originale” che nei secoli si ripete e che è al fondo di ogni tragedia umana e di ogni sua sconfitta. Ma in relazione a quanto stiamo cercando di approfondire c’è un altro fattore decisivo che ci torna insegnato sempre dal magistero; “questo è il principio della priorità del lavoro umano in rapporto a ciò che, col passare del tempo, si è abituati a chiamare capitale. […] Questa verità, che appartiene al patrimonio stabile della Chiesa – e che è verità che risulta da tutta l’esperienza storica dell’uomo – deve essere sempre sottolineata in relazione al problema del sistema di lavoro, ed anche di tutto il sistema socio-economico. Bisogna sottolineare e mettere in risalto il primato dell’uomo nel processo di produzione, il primato dell’uomo di fronte alle cose. Tutto ciò che è contenuto nel concetto di capitale è solamente un insieme di cose” (LE 12).
Ora si comprende bene che la gravissima crisi economica globale che stiamo attraversando è figlia ultima del sovvertimento di questo ordine; è figlia di quel folle pensiero che vuole scacciare Dio dalla vita dell’uomo per farsi un dio a propria immagine e somiglianza, magari ad immagine di una idea, in questo caso dell’economia. Proprio a questo livello si intercetta una analisi tanto lucida quanto laica di ciò sta accadendo espressa dalle parole dell’economista G. Tremonti. “Il 1989, con il crollo del muro di Berlino, segna la crisi sia del comunismo sia del liberismo, sostituiti entrambi da un’ideologia nuova: il mercatismo, l’ultima follia ideologica del Novecento. Il liberismo si basava sul principio di libertà applicato al mercato. Il comunismo si basava su di una legge di sviluppo applicata alla società. Il mercatismo è la loro sintesi. Perché applica al mercato una legge di sviluppo lineare e globale” (G. Tremonti, Rischi fatali 2005).
L’economia è diventata la divinità da onorare a tutti i costi senza opporre nessun ostacolo, di fatto senza nessuna regola, se non quella di favorire in ogni modo gli scambi di beni, i flussi economici e i movimenti finanziari. A questa ideologia sono state asservite intere nazioni, con le proprie culture e tradizioni – anche economiche-, con i propri sistemi industriali ed equilibri produttivi, con quanto nei secoli l’uomo aveva costruito come comunità viva, solidale e sussidiaria intorno a se.
Questa è stata la dinamica che in un quarto di secolo ha portato alla globalizzazione alimentata in questa vertiginosa escalation dall’impressionate sviluppo tecnologico (l’esempio di internet valga per tutti).
Non stiamo giudicando, perché non ne abbiamo la capacità e l’autorità, i positivi propositi di sviluppo economico e sociale che hanno spinto a muovere passi verso una maggiore integrazione tra paesi e nazioni, – pensiamo ad esempio a ciò che nell’immediato dopoguerra hanno avviato i padri fondatori dell’Europa unita – ma è vero, guardando ora proprio al caso dell’Europa, che nel tempo quell’unità che non si è riconosciuta e non si è lasciata continuamente generare da una comune radice culturale cristiana si è di fatto disgregata facendo affiorare l’unico motivo che la teneva e tuttora la tiene in piedi: l’economia (non a caso ora che questo collante sta presentando drammaticamente il conto da pagare gli stati europei si stanno mostrando totalmente disuniti, privi di una politica economica ed industriale comune nell’affronto della crisi, in fondo tutti ricurvi su se stessi a cercare di salvare le proprie banche con qualche intervento statale).
Ma più in generale un sistema senza regole è anche un sistema senza etica mentre invece “non si può non mettere in evidenza come la dimensione etica dell’economia e della finanza non è un qualcosa di accessorio, ma di essenziale e deve essere costantemente tenuta in considerazione e incidere realmente se si intende perseguire dinamiche economiche e finanziarie correte, lungimiranti e feconde di progresso” (Nota della Santa Sede su Finanza e Sviluppo del dicembre 2008).
Ed una follia ideologica porta con se un radicale distacco dalla realtà, una manipolazione della realtà finalizzata al perseguimento di quella idea che non può non coincidere con il perseguimento di un interesse personale ed utilitaristico e che nel tempo; la stessa Nota sopra citata prosegue affermando che “l’attuale crisi finanziaria è essenzialmente una crisi di fiducia […] soprattutto si riconosce lo scollamento tra la necessità che la finanza svolga la sua funzione “reale” di ponte fra il presente ed il futuro, e l’orizzonte temporale di riferimento degli operatori, sostanzialmente appiattito sul presente ”. Sono state sicuramente più esplicite le parole del Cardinale Bagnasco che afferma senza mezzi termini che “la crisi economica è scoppiata per le speculazioni avvenute in campo finanziario, grazie all’ingordigia di guadagni più consistenti possibile nei tempi più brevi, ed è deflagrata poi per quella contagiosa euforia del vivere al di sopra delle proprie possibilità e nell’indifferenza dei segnali che pur avvertivano l’uragano nell’aria ”.
Le parole del Papa Benedetto XVI ricompongono e approfondiscono quanto già detto: “la funzione oggettivamente più importante della finanza, quella cioè di sostenere nel lungo termine la possibilità di investimenti e quindi di sviluppo, si dimostra oggi quanto mai fragile: essa subisce i contraccolpi negativi di un sistema di scambi finanziari – a livello nazionale e globale – basati su una logica di brevissimo termine, che persegue l’incremento del valore delle attività finanziarie e si concentra nella gestione tecnica delle diverse forme di rischio. Anche la recente crisi dimostra come l’attività finanziaria sia a volte guidata da logiche puramente autoreferenziali e prive di considerazione, a lungo termine, del bene comune. L’appiattimento degli obiettivi finanziari globali sul brevissimo termine riduce la capacità della finanza di svolgere la sua funzione di ponte tra il presente e il futuro, a sostegno della creazione di nuove opportunità di produzione e di lavoro nel lungo periodo. Una finanza appiattita sul breve e brevissimo termine diviene pericolosa per tutti, anche per chi riesce a beneficiarne durante le fasi di euforia finanziaria” (Messaggio per la celebrazione della Giornata della Pace 2009).
Crediamo ora che una parola certa per affrontare il presente venga dalla riscoperta del valore del sacrificio, della rinuncia, del bene che costa, dell’essenzializzare le proprie pretese commisurandole ai bisogni degli altri; tutto questo non può che purificare la stessa cultura e renderla in tutto più aderente alla realtà della vita. Ed in un momento in cui il ripetersi della parola “sfiducia” è in se descrittivo di un disorientamento e di una paralisi generale e significativo di un nichilismo dilagante ormai globale poniamo innanzitutto a noi stessi ed a ciascun uomo il richiamo della Chiesa madre e maestra: “SPE SALVI FACTI SUMUS”.“Nella speranza siamo stati salvati […] La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino. Giungere a conoscere Dio – il vero Dio, questo significa ricevere speranza” (SS 1).
Il video dell’incontro con Luigi Amicone del 15 dicembre 2011
