Gratia facit fidem… Un Avvenimento semplice, facile

07 Novembre 2026

Brano di Nicolino Pompei tratto dall’approfondimento “Questa vita che ora io vivo nella carne la vivo nella fede del Figlio di Dio”

Per questo, adesso, ho l’esigenza di accennare ad una “questione” che sento spesso emergere tra noi quando parliamo della fede.
Quante volte sono stato raggiunto da alcuni di voi che mi hanno condiviso e parlato della fatica della fede, della difficoltà di vivere proprio quello che abbiamo messo a tema… Quante volte mi sono sentito dire: non è facile, è dura… Oppure: sono incapace, fragile, incoerente…
Quello che emerge da queste condivisioni - che spesso risultano vere e proprie obiezioni - è una realtà molto semplice, pone una questione semplicissima e molto seria: quella di non sapere che cos’è la fede, di non avere coscienza di quello che ci è accaduto, di non essere nella consapevolezza e nel giudizio dell’esperienza che ci ha investito e che continua ad investirci.
Pongo a ciascuno di voi questa domanda semplicissima: “Cosa hai fatto tu per incontrare Gesù, per incontrare questa compagnia, attraverso cui la presenza di Cristo ti ha raggiunto, ti ha colpito e attratto?”. Niente, assolutamente niente. È stata semplicemente una grazia, l’iniziativa misteriosa e immeritata della sua grazia, dove tu non hai fatto niente. Anche molti di voi ripetono espressioni come queste quando parlano della loro vita e dell’incontro con la compagnia, ma forse questo è il momento di incontrarle nella loro realtà e verità esperienziale.
Riascoltiamo le bellissime parole di san Tommaso quando dice: “Gratia facit fidem”, è la grazia che crea la fede, che fa e ci dà la fede. La fede è il riconoscimento di Cristo vivo e presente, è l’avvenimento di Gesù come attrattiva della vita, il riconoscimento della presenza di Cristo come Salvatore e Redentore, come la presenza della felicità anelata dal cuore, come la massima qualificazione, esplicitazione ed esaltazione della vita. E questo riconoscimento è una grazia: una grazia che ci ha investito attraverso un incontro umano, l’incontro con una umanità attraverso cui Cristo si è mostrato, si è fatto riconoscere alla vita e al cuore di ciascuno di noi, ci ha attratto a Lui. È Lui che si è fatto riconoscere attraverso questo incontro imprevisto ed eccezionale: ed è stata una grazia! Ma se è stata una grazia - cioè, è stata una sua gratuita iniziativa - tutto il cammino successivo, tutti i passi successivi rimangono, devono rimanere, non possono che rimanere innanzitutto e soprattutto nell’avvenimento presente della sua grazia. Continua infatti san Tommaso: “Gratia facit fidem non solum quando fides incipit esse in homine, sed quamdiu fides durat”: la grazia crea la fede non solo quando la fede inizia ad esistere in un uomo - quando accade come incontro in un uomo, nella vita, così come è accaduto a ciascuno di noi - ma per ogni momento in cui la fede rimane. Cioè, rimane in ogni momento sempre e solo una grazia. Non è solo all’inizio una grazia, ma in ogni momento del cammino, della vita, di questa vita che vivo nella carne.
All’inizio, così come dentro ogni momento della vita, l’iniziativa è sempre sua ed è incessante, è una grazia incessante, una iniziativa incessante, che non viene mai meno, inesauribile, che non smette mai di essere mobilitata verso di noi. Ma se questo è il dinamismo inesauribile della grazia, se l’iniziativa è sempre la sua ed è incessante, come possiamo dire, come possiamo parlare di una fede “difficile”, di una fede estremamente faticosa e dura? Se Gesù rimane presente, non smette mai di mostrarsi presente, non smette mai di investirci del suo sguardo, della sua grazia, la fede, il cammino di fede non può che essere una “cosa” semplice, facile, un avvenimento semplice, facile.
A noi cosa è chiesto? Cosa dobbiamo fare? Lasciare semplicemente che l’avvenimento della grazia, l’avvenimento della sua presenza viva prevalga, attiri, predomini nel nostro sguardo, nella nostra vita, nel nostro cammino esistenziale, momento per momento, passo dopo passo. Ed è una tensione semplice, facile. Noi non dobbiamo fare altro che domandare e favorire di essere dentro questa tensione a lasciarci afferrare dalla sua grazia, a lasciar affissare la nostra vita al suo sguardo, a lasciar appendere e plasmare tutta la nostra vita alla sua iniziativa incessante, alla sua presenza viva, come abbiamo visto in san Paolo.
Questo non vuol dire che di mezzo non ci sia un sacrificio, un continuo sacrificio: ma come condizione di un amore, di un’attrattiva amorosa, come condizione di una tensione - segnata e nella forza di una domanda semplice e incessante - a lasciare momento per momento lo spazio del nostro cuore e della nostra libertà alla presenza di Gesù, perché prevalga come l’avvenimento che definisce la nostra vita.
“Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi la perderà per me la troverà”. Certamente è una tensione anche drammatica, ma non nel senso di difficile, dura, estremamente faticosa - qualcuno osa dire anche opprimente e disumana. Questa è la ricezione di chi non sa cos’è la fede, non conosce Gesù, di chi riduce la fede ad una morale e ad una questione di coerenza moralistica; di chi la fa poggiare, di chi fa poggiare la vita segnata dalla fede tutta su sé stesso, su una propria capacità, su una propria coerenza, su un proprio sforzo.
È certamente una tensione anche drammatica perché di mezzo c’è una libertà a cui la presenza di Gesù si rivolge sempre, si propone sempre; una libertà che quindi non può che essere sempre in gioco, sempre impegnata dentro una continua domanda, dentro una continua posizione di apertura, di umiltà, di povertà, di disponibilità; dentro un continuo cedimento e abbandono, dentro un cammino di permanente sequela. Ma questa tensione è sempre nell’avvenimento della sua grazia, nella forza e nell’attrattiva della sua presenza, del suo amore, è sempre nella precedenza della sua incessante iniziativa. La sua grazia ci precede sempre, è sempre presente, incessante, inesauribile: ma vuole la nostra libertà, chiede la nostra libertà, mendica sempre la nostra libertà e il nostro cuore.
Sì, è vero: è facile perdersi, tradire, peccare, dubitare, girargli le spalle, cedere alle tentazioni mondane… ma è ancora più facile - proprio perché la sua presenza è sempre presente, non viene mai meno e non smette mai di prendere l’iniziativa - lasciarsi riprendere, lasciarsi abbracciare, lasciarsi rialzare e ricominciare; è ancora più facile cedere, abbandonarsi al suo sguardo, al suo abbraccio, alla dolcezza e alla tenerezza del suo sguardo e del suo abbraccio; è ancora più facile ritornare a cedere e a lasciarsi avvincere dalla sua attrattiva. È facile essere vinti dalla propria fragilità, dalla propria debolezza mortale, dalle seduzioni della carne; è proprio facile lasciarsi sedurre e cedere alle lusinghe della carne, della mondanità, del “potere”; è proprio facile ricadere anche nella supponenza mai doma dei nostri tentativi di autosoddisfazione… ma è ancora più facile tornare ad essere avvinti dalla sua presenza, dalla sua attrattiva, dalla sua grazia. È vero, è proprio facile potersi ritrovare anche nelle tenebre, avvolti da momenti di tenebre... ma - è tutta qui la questione! - quando si è sperimentata l’eccezionalità, l’imponenza umana della sua presenza, la dolcezza e la tenerezza del suo amore, la dolcezza, la tenerezza, il calore, la luce del suo sguardo, la sublimità impareggiabile della sua compagnia negli istanti della vita, allora è ancora più facile abbandonarsi a Lui, tornare ad abbandonarsi a Lui, al suo amore, al suo perdono; è ancora più facile lasciarsi avvincere e riavvincere dalla luce del suo sguardo, dal calore del suo abbraccio - proprio come vediamo nei nostri figli piccoli: facilmente possono rompere tutto, ribellarsi, fare i capricci, farne di tutti i colori… ma in loro appare più evidente la facilità con cui tornano ad abbandonarsi allo sguardo del papà e della mamma, con cui li vediamo tornare ad abbandonarsi alle braccia del papà e della mamma, che non vengono mai meno e che li attendono sempre.
Pensiamo a Pietro, quando dice a Gesù: “Anche se tutti ti abbandoneranno, io non ti abbandonerò mai”... e, qualche minuto dopo, lo vediamo dormire mentre Gesù agonizza nell’orto degli ulivi; e qualche ora dopo si ritrova a rinnegarlo… È vero, questo è facilissimo. Ma, proprio guardando Pietro, vediamo che è ancora più facile scoppiare a piangere, semplicemente perché Gesù lo ha guardato, è tornato a guardarlo, lo ha guardato con dolcezza, con tenerezza, con misericordia, proprio lì, proprio nell’istante del suo tradimento. E allora è ancora più facile “sbottare” in un pianto e tornare ad abbandonarsi a Lui, a Gesù, tornare ad abbandonarsi al suo sguardo, alla sua tenerezza, alla sua dolcezza; è ancora più facile lasciarsi rigenerare dal suo perdono, dal suo amore sempre presente, sempre incessante e sempre vincente su tutto il nostro peccato e tradimento.
Questa è un’esperienza. Questa è una reale e tangibile esperienza. Questa è la mia continua, incessante esperienza fino ad oggi, fino ad ora. Nessuna capacità o virtù particolare, nessuno sforzo titanico, ma semplicemente l’esperienza di un avvenimento semplice, di una prevalenza semplice, di un abbandono semplice. Tutta la forza della nostra risposta alla continua iniziativa della grazia è una tensione semplice, incessantemente segnata da una preghiera semplice, da una sequela semplice, da una obbedienza semplice; da una facile e semplice compagnia, da un facile e semplice abbandono, da una facile e semplice prevalenza - la prevalenza del suo sguardo, dello sguardo di Gesù sulla nostra vita - da un facile e semplice cedimento alla sua impareggiabile e vincente attrattiva.
Questa vita che ora vivo nella carne, la vivo nell’avvenimento della sua attrattiva presente, della sua grazia incessante, nell’avvenimento della sua incessante iniziativa… Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia, Signore… Allora, perché la vita - questa vita di carne - sia vissuta, sia segnata dalla fede, è decisivo ritrovarla dentro una tensione fatta di questa domanda semplice, di questa prevalenza semplice, di questa compagnia semplice, di questa sequela semplice, di questa obbedienza semplice; fatta dalla prevalenza, dalla preminenza della sua compagnia a noi, della sua compagnia a noi dentro gli istanti della vita - questa vita che io ora vivo nella carne.

Nicolino Pompei

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