QUELLO CHE ABBIAMO DI PIÙ CARO

Chi vede la Chiesa vede la presenza di Cristo ora

Dall’approfondimento “Mostraci il Padre e ci basta… Chi ha visto Me ha visto il Padre”

Dove è possibile ora, per noi come per ciascun uomo,l’esperienza di questo incontro con Dio che si mostra e si rivela nella presenza di Gesù? Dove è possibile l’esperienza di questo avvenimento nell’oggi di ogni uomo? Qual è e dove è questa via sempre aperta e accessibile verso di Lui? Dove è possibile vivere come esperienza e come cammino umano l’avvenimento di questa avventura della fede come conoscenza della presenza di Gesù rivelazione del Padre? Dove è possibile l’esperienza della contemporaneità con la presenza di Cristo? Certamente è proprio attraverso quei primi uomini, quella compagnia, che Gesù stabilisce il luogo, la modalità e il metodo della sua presenza e della sua permanenza nella storia. Abbiamo sentito come, proprio in quel dialogo ultimo con i Primi, Gesù introduce la promessa dello Spirito Santo. La venuta e l’azione dello Spirito Santo investirà questi uomini dello Spirito di Cristo vivo e risorto, dello Spirito del Padre perché attraverso di loro si affermi la sua Chiesa,come corpo e comunione attraverso cui la sua presenza continui a manifestarsi presente alla vita di ogni uomo. Dove ora, oggi,questa presenza può incontrare l’uomo? Dove ora posso fare l’esperienza di questo cammino in cui Cristo si rende presente e si mostra come rivelazione del Padre? Questa contemporaneità di Cristo e della sua compagnia e la possibilità di questo cammino con Lui e in Lui è, nell’oggi di ogni uomo, la santa Chiesa. Dice la Gaudium et spes: “La Chiesa infatti ha il compito di rendere presenti e quasi visibili Dio Padre e il Figlio suo incarnato”. La Chiesa, proprio a partire dalla compagnia dei Primi, sarà la contemporaneità di Gesù, di Colui che abbiamo incontrato e ci è venuto incontro proprio adesso nella memoria viva del cammino e della vita di quegli uomini attorno a Lui. Quello di cui investe quegli uomini nell’azione dello Spirito Santo è proprio la Grazia della sua permanente presenza attraverso di loro, trasformandoli nella compagnia in cui si manifesterà vivo e risorto nella storia. Fino a raggiungere, 2000 anni dopo, la vita di ciascuno di noi. Investendo noi stessi ad essere la sua reale presenza, la sua compagnia permanente per noi e per il mondo. C’è venuto incontro non solo vent’anni fa nella modalità di una sorprendente umanità e compagnia con cui la nostra vita si è imbattuta, ma anche adesso, proprio attraverso questo incontro, si mostra vivo e presente. Rendendo attuale a noi il richiamo alla fede come riconoscimento della sua presenza e come metodo perché sia proprio la sua presenza ad introdurci a questa fede nell’azione dello Spirito Santo. Questa è la fede ed è questa che la vita attende. Questa è la fede che attende il cuore dell’uomo perché segni tutta la vita e l’umano di ogni uomo. Senza questa fede non solo non c’è la vita ma anche il senso di tutta la nostra Compagnia non può che venir meno, facendo venir meno tutto il senso della nostra adesione. “Chi vede me, vede il Padre”. Chi vede la Chiesa vede la presenza di Cristo ora. Chi vede noi, chi vede? E ancor prima: chi vediamo e chi riconosciamo in noi e nel nostro cammino? Per chi lo viviamo questo cammino? Ritroviamo in noi e ci riconosciamo per la natura e il compito della Chiesa? La nostra Compagnia e la nostra adesione ad essa è coincidente con la natura e il compito della Chiesa, di cui siamo stati chiamati ad essere segno e modalità di esperienza e di cammino? È questa la nostra tensione di amicizia e di testimonianza? L’urgenza di questo richiamo innanzitutto è per la vita di ciascuno di noi. È proprio per quella necessità di ritornare ad incontrare e a lasciarsi incontrare dalla presenza di Gesù. Per il bisogno di essere continuamente introdotti alla verità tutta intera della sua presenza, aderendo a questo cammino riconosciuto per questo. Senza il quale la vita corre rischiosamente sempre sul crinale della riduzione della fede ad uno stato d’animo, ad una generica religiosità o ad uno sforzo morale, che non solo non incide e cambia la vita, ma che proprio non ha presente la presenza di Cristo come avvenimento decisivo e qualificante la vita stessa. Per ritrovarci prima o dopo nel regno di un dualismo radicale, in cui Cristo è fatto fuori come avvenimento e la vita procede secondo i canoni della nostra misura delle cose e della mentalità del mondo. Ritrovando man mano anche una estraneità e un disinteresse per la vita stessa, nostra e degli altri. Arrestarsi alla Compagnia come fenomeno abituale e acquisito di gesti e di incontri, senza andare continuamente all’avvenimento che l’ha generata e la genera, fermandosi all’esteriorità di una partecipazione, senza lasciarsi afferrare dalla presenza per cui è stata voluta, è proprio deleterio per la vita stessa. Il nostro cuore non può sopportarlo, perché il cuore non sopporta meno di Cristo e della sua presenza viva e contemporanea alla vita stessa. Non c’è nulla che possa corrispondergli, non gli basta nulla che sia fuori o meno di Lui. Ma proprio la sua presenza. Non l’immagine che ci facciamo di Lui. Né i discorsi e le parole che possiamo usare per nominarlo senza riconoscerlo presente. Se non è questa la fede e non è per questa la nostra adesione alla Compagnia, prima o dopo non può che vedersi e verificarsi nell’umano di ciascuno proprio nel rapporto con la realtà. Che non potrà evitare di favorire anche in noi l’invadenza di questo nichilismo imperante, da cui anche noi siamo investiti e mai semplificati e che sarà impossibile da nascondere o scaricare su altri. Emergendo in una vita spenta, senza interesse, senza più entusiasmo e attrattiva per il suo cuore. Perché ciò che il cuore desidera è oggettivo ed è irriducibile. È Cristo, la presenza reale di Cristo, il riconoscimento continuo della sua presenza a cui consegnare e attaccare la vita. Ed è solo questo che non permette la vittoria del dualismo o la riduzione della fede a qualcosa di astratto,di discorsivo, a uno stato d’animo deleterio o a una generica religiosità mai incidente sulla vita. La fede o è questa o non è. Non è ciò che apre la vita a Colui che solo è in grado di significarla e compierla. Per questo c’è la Chiesa ed è per questo che c’è la nostra Compagnia, in cui Cristo opera sempre attraverso il cammino, il richiamo, il sostegno e la testimonianza di uomini e amici che ci invitano a non fermarci, a non ridurre la fede e la nostra adesione,proprio attraverso la loro viva attrattiva per Cristo. Che solo può riaccendere la nostra, per aprirci e consegnarci all’unica presenza che compie la vita. Quello di cui abbiamo bisogno allora non è di un discorso in più, di una riunione in più, di un ulteriore gesto come questo… Abbiamo semplicemente bisogno di rinnovare e convertire l’adesione al nostro cammino. Di sorprendere nuovamente l’essere quella compagnia attorno a Gesù 2000 anni dopo, adesso. Non una compagnia qualsiasi, non un popolo e un cammino qualsiasi. Ma la sua compagnia e la sua presenza ora. Abbiamo bisogno di rinnovare la coscienza di essere il segno della comunione e della vita della Chiesa. Perché è questa comunione,questa vita, questa compagnia, questo popolo che si chiama Chiesa che noi, come ogni uomo, abbiamo il bisogno e l’urgenza di incontrare perché Cristo si mostri presente e risorto. Quello di cui siamo assolutamente bisogno è della sua presenza ora, del suo sguardo su di noi ora, della sua iniziativa di amore e di misericordia ora. Per questo abbiamo bisogno della sua compagnia, l’unica deputata dall’azione dello Spirito Santo ad essere la sua permanente compagnia, la sua presenza qui e ora. Perché è di Cristo, di Cristo adesso, che il cuore ha assoluta esigenza: “Di te ha detto il mio cuore: cercate il suo volto...”. E quindi della sua Chiesa in cui Cristo è presente come il primo giorno, “Egli è qui, come il primo giorno”, per dirla con le parole di Charles Péguy. Non ci interessa essere di Fides Vita se non per quello che preme al nostro cuore, urge alla nostra vita. Non ci interessa essere di Fides Vita se non per la Grazia di questa convivenza e contemporaneità con Cristo nel dono di una compagnia e di un cammino quotidiano. Nell’avvenimento positivo di una reale amicizia, dove ognuno si senta facilitato,aiutato e sostenuto al cammino della conoscenza piena di Cristo,a riconoscerlo come avvenimento e al rapporto con Lui. Dove ognuno si senta realmente raggiunto, afferrato e accompagnato dalla sua presenza che opera sempre, e che opera sempre a vantaggio della vita di ciascuno, per la felicità di ciascuno. Dalla sua presenza che opera sempre e che solo può portarci alla fede come certezza che investe tutta la vita. Se non è per questo,potremo imparare e ripetere all’infinito parole e formule, senza mai arrivare a capire la realtà che portano e che affermano. Senza mai farne esperienza, senza mai capire a quale avvenimento ci richiamano. Col rischio di ridurre il cristianesimo a delle formule o a contenuti dottrinali che lasciano fuori l’avvenimento vivo che sono chiamati ad affermare, a sostenere e a portare nella vita di ciascuno. Che non trascinano e coinvolgono l’interezza e la totalità del nostro umano, che non provocano il dinamismo della ragione e della libertà, che non scaldano e non bastano al cuore. E che non ci cambiano secondo la verità che Cristo viene a rivelare dell’umano e della vita. Cioè non incrementano l’emergere dell’umano secondo l’esigenza e i dettami del cuore. La creatura nuova non può emergere con quattro slogan e qualche discorso imparato bene. Per questo Gesù ha fondato la Chiesa e non un luogo accademico dove imparare un discorso, una dottrina o un insieme di verità. Perché se si fosse trattato di imparare una dottrina o un insieme di verità avrebbe fondato una grande università, un luogo accademico. E invece si tratta di stare alla sua presenza, di ritornare continuamente a Lui, si tratta di imparare Lui per attaccargli la vita. Per questo ha tessuto un luogo vivo,una compagnia viva, una comunione dove fosse possibile incontrare la sua presenza viva. Un luogo, un corpo, una compagnia dove la sua presenza accade come compagnia all’uomo in tutto il suo bisogno, e comecammino ed amicizia attraverso cui introdurre la vita alla familiarità e alla conoscenza piena della sua presenza e all’incidenza del suo amore redentivo. Un luogo semplice, una compagnia abbordabile, un cammino semplice e facile seppur drammatico, come quello vissuto e testimoniato dai Primi. Semplice e facile perché tessuto e segnato dalla sua continua presenza, che pazientemente cammina con noi riafferrandoci e riaffermandoci sempre nella sua misericordia. Semplice e facile perché non chiede altro che il nostro umano,proprio il nostro umano, e il seguire l’attrattiva irresistibile che il cuore vive alla sua presenza. Semplice e facile, e contemporaneamente drammatico. Drammatico proprio perché reclama continuamente l’umano, non può fare a meno del coinvolgimento del mio umano, della mia libertà, della mia ragione, della mia sequela, del mio “sì”. Di un coinvolgimento serio, pieno e incessante. È la medesima dinamica che abbiamo visto con i discepoli. Ed è quella che dobbiamo vivere nella nostra adesione alla Compagnia e che solo giustifica e rende ragione di tutto il senso di dono e di grazia di questa nella santa Chiesa. Tutto il senso di dono e di grazia della nostra Compagnia è solo per il riaccadere dell’avvenimento di Cristo, per il riaccadere dell’incontro con la sua presenza viva, che rende possibile e semplice il nostro continuo “sì” a Cristo. Solo se lo riconosco continuamente presente posso riaffermargli tutto il mio “sì”, che apre la vita all’esperienza di quella corrispondenza continua del cuore, all’esperienza di quella certezza che ci fa dire come Pietro:dove andare lontano da te, solo tu hai parole adeguate e introvabili che spiegano la vita, come nessun altro. È impossibile qualcuno diverso o meno di te che corrisponda al mio cuore. Che ci faccia sentire la vita a un livello di profondità e di affezione, a partire da noi stessi, che è impossibile al di fuori di te. Noi lo sappiamo, e lo dobbiamo sapere, com’è facile la tentazione di ridurre l’avvenimento di Cristo e la Compagnia attraverso cui si afferma, ad una elencazione di parole e formule astratte e ad un insieme di incontri o di gesti a cui partecipare. Una riduzione che appiattisce la vita e la nostra adesione a livello di un discorrere astratto e intimistico e di un attivismo colmante. Che non può che continuare a favorire una fuga da se stessi, dal presente e dal rapporto con la realtà, per riassicurare la vita alla galera soffocante e disumana di immagini e pensieri meschini e orgogliosi, dentro cui la vita non solo non respira e non cresce,ma può solo irrigidirsi, impaurirsi e incolparsi, deludersi e spegnersi. Tutta la possibilità di non soccombere e di vittoria per il nostro umano è solo nel riaccadere della sua presenza, che chiede semplicemente di essere ospitata nella nostra vita come avvenimento che vince tutta quella menzogna che la attenta continuamente. Ma cosa c’è di più necessario e di più desiderabile per il cuore di lasciar entrare la sua presenza, di lasciar investire la nostra vita dalla sua presenza? Quale altra attrattiva per il nostro cuore? Quale altro amore per la nostra vita? Dove andare lontano da Lui e dalla sua compagnia per trovare la pienezza della vita? Non c’è nulla di più desiderabile della sua presenza e del suo amore. Non c’è nulla che regga la sfida del desiderio e della pienezza dell’umano. Non dobbiamo fare altro che stare con Lui dove continua ad accadere vivo e a farci emergere questa pienezza del cuore senza paragone; dove la sua presenza continua a provocare la nostra ragione e la nostra libertà, per introdurci alla pienezza della sua presenza che solo compie e redime la vita. Ecco il nostro cammino, ecco la nostra Compagnia creata e continuamente curata dal Mistero per ciascuno di noi. Tessuta e curata per ciascuno di noi. Per il nostro cuore, per la nostra realizzazione, la nostra costante soddisfazione, il nostro compimento. Per riaffermare la vita contro ogni tentativo di blocco, di arresto o di soffocamento del nostro male, dei nostri pensieri disumani, delle nostre immagini indebite con cui orgogliosamente la definiamo. Per la vittoria della sua presenza redentiva, che sola può vincere quella paura, quella insicurezza,quello scandalo che ci avvinghiano di fronte al nostro male o alla forza della menzogna di questo mondo. Non possiamo continuare a dire “Gesù, la nostra Compagnia...”, e poi ritrovarci così bloccati e generati da immagini e pensieri perversi e disumani, che non hanno nulla a che fare con la realtà, posti come scudo e maschere per quello che ancora non abbiamo affrontato di noi stessi, e come un rifugio e una difesa dalla realtà stessa. Nessun proposito e nessuna intenzione potranno mai essere risolutivi. Solo nella sua reale presenza e nel nostro continuo “sì” a Lui dentro questo cammino, in un atteggiamento di assoluta povertà, semplicità e umiltà del cuore - che solo può lasciarlo entrare come avvenimento- la vita cambia, perché è Cristo che ci cambia. Non c’è altra possibilità di dire “sì” a Cristo con verità e certezza se non nella modalità e nel metodo che Lui stesso ha stabilito rivelando se stesso. Non c’è altra possibilità di dire “sì” a Cristo senza la sicura riduzione della sua presenza e della verità a quello che stabilisco io,quando e fin dove lo stabilisco io. Non c’è altra possibilità se non nella compagnia e nel cammino generato e creato da Cristo nell’azione dello Spirito Santo. È la compagnia, il cammino e la vita della Chiesa. È la nostra Compagnia stabilita nella Chiesa proprio per questo “sì” a Cristo. Per il rinnovarsi dell’esperienza dell’attrattiva del cuore alla sua presenza e alla sua sequela, in cui solo è possibile vincere quella pressante resistenza che vive al fondo di noi stessi, per fragilità e miseria nostra, e con cui dovremo sempre fare i conti. C’è un brano di Péguy nel Mistero dei santi innocenti,che è proprio descrittivo di questo: “... Conosco bene l’uomo, sono io che l’ho fatto. È uno strano essere. Perché in lui gioca quella libertà che è il mistero dei misteri. Dopo tutto gli si può chiedere molto... Quando si sa prenderlo, gli si può chiedere anche molto. Farlo rendere molto. E sa Dio se la mia Grazia sa prenderlo, se con la mia Grazia so prenderlo... Io so prenderlo. È il mio mestiere. E quella libertà stessa è creazione mia. Gli si può chiedere molto cuore,molta carità, molto sacrificio. Ha molta fede e molta carità. Ma quello che non gli si può chiedere, santo Dio, è un po’ di speranza. Un po’ di fiducia, insomma, un po’ di distensione. Un po’ di rinuncia, un po’ di abbandono nelle mie mani, un po’ di remissione. Si irrigidisce sempre”. Se siamo leali con noi stessi, come non riconoscere questa esperienza di resistenza e di irrigidimento…Questa disponibilità a tutto tranne che ad abbandonarci fino infondo, ad una remissione reale e totale di noi stessi a Cristo. C’è sempre un’ultima resistenza a cedere e a spalancargli le porte della nostra vita perché Lui sia il Signore. Perché Lui è il Signore! Come ci è di conforto e sostegno averlo verificato anche nell’esperienza del cammino degli apostoli. Ma soprattutto aver visto la continua e paziente iniziativa amorevole di Gesù con loro. Mai semplificativa e rinunciataria ma incessantemente paziente e amorevole. Attraverso cui, pian piano, vince la loro resistenza. Una vera amicizia tra di noi può emergere solo per il vicendevole sostegno a favorire e a facilitare in ciascuno questa tensione e questo cammino. Può emergere reale e vera se sostiene questo cammino della fede in ciascuno come riconoscimento di Cristo rivelazione del Padre, e come tensione di abbandono e cedimento alla sua presenza perché introduca la vita alla Vita nel Padre. Una vera amicizia sempre pronta a vivere nel giudizio su tutto, perché tutta la vita sia illuminata dalla presenza di Cristo, che solo la illumina di verità, la investe di amore e di perdono rigenerandola sempre. Una vera amicizia che non permetta che la vita si affissi su ciò che non è vita, su ciò che non corrisponde al cuore, su ciò che non è verità, su ciò che non è vero bisogno, su ciò che non è desiderio: su ciò che non è Cristo. Che sostenga in ciascuno la tensione positiva alla conversione, perché la vita possa ritrovarsi afferrata e continuamente reintrodotta alla verità della sua presenza. Questa è l’amicizia, secondo Cristo e nella Chiesa. Ma anche secondo il cuore. È solo per questa amicizia che tifa il cuore di ciascuno, proprio perché è l’unica che sostiene lo sguardo e l’attaccamento a Cristo e quindi alla sua vera corrispondenza.

Nicolino Pompei

Resta in contatto

Iscriviti alla Newsletter