nel frammento

NUMERO 2 / ANNO 2017

GIÙ LE MANI DA CAINO…

di Barbara Braconi

L’ipotesi che a Totò Riina potesse essere concessa la carcerazione domiciliare per l’età e le condizioni di salute, ha tirato fuori in tutti una parte del nostro umano che è importante considerare. Diversissimi per cultura, condizione sociale, storia personale, idee politiche, età… ci siamo comunque ritrovati unanimi nel reagire a questa notizia con indignazione, rabbia, delusione, preoccupazione, senso di vendetta… “Deve pagare per quello che ha fatto… Meriterebbe di essere lasciato morire di fame… Ci vorrebbe la pena di morte…” - sono solo alcune delle affermazioni che sono scappate senza freni dalla bocca dei più. Anche dalla mia.

È vero che si tratta del capo dei capi di Cosa Nostra, che non ha mai mostrato cenni di pentimento o ravvedimento e che è condannato per delitti efferati e reati incommensurabili. È vero che è responsabile di stragi che hanno segnato la storia del nostro Paese, togliendo la vita a uomini del calibro dei giudici Falcone e Borsellino, del generale Dalla Chiesa, comprese le mogli e gli agenti delle scorte che erano con loro. È vero che si tratta di un uomo che non si è fatto scrupoli a far sciogliere nell’acido un ragazzino di tredici anni e a decimare famiglie intere…

E noi, nel momento in cui non sappiamo più vedere in un uomo come lui quella dignità dell’essere umano che ci è data indissolubilmente con la vita stessa, che siamo? La giustizia deve fare il suo corso e deve condannare e garantire l’esecuzione di quanto stabilito (tra l’altro è bene non dimenticare che riguardo a Totò Riina si è semplicemente trattato della richiesta del suo difensore e che nessun tribunale ha stabilito che possa scontare a casa l’ultimo tempo della sua vita). Eppure già solo l’ipotesi di una possibilità del genere ha sollevato tutta la nostra istintività e quella cattiveria che noi cristiani abbiamo la grazia di riconoscere come conseguenza del peccato originale. Sono comprensibilissime, legittime le reazioni di familiari ed amici delle vittime della mafia, che hanno chiesto di non offendere ancora la memoria dei loro cari e la dignità di loro stessi e delle loro famiglie o di chi ha lavorato, mettendo a rischio anche la propria vita, per la cattura di Totò Riina. Come sono comprensibili le reazioni istintive di ognuno di noi. Ma fermarsi a questo comporterebbe una riduzione della nostra vocazione umana. L’odio, il rancore, la vendetta, il dolore hanno una storia antica come l’uomo che però ne ha percorsa di strada riconoscendo da tempo i limiti del taglione e l’inutilità della vendetta così come l’insufficienza della giustizia umana per quanto piena e perfetta possa essere. È giusto che il capo dei capi sconti tutti i suoi ergastoli e che il regime carcerario del 41 bis resti come è. Ma è più grande quanto si respira nella stessa legge italiana ed europea (evidentemente ancora frutto della cultura cristiana) che garantisce la cura e il rispetto anche del peggior assassino, perché resta comunque e sempre un essere umano. Il nostro cuore, pur nella ferita sempre aperta del peccato originale, sa riconoscere l’attrattiva per il perdono, per la giusta condanna dei reati coniugata alla cura per l’essere che resta in ogni caso umano, fosse pure Totò Riina… Il nostro cuore sa riconoscere l’attrattiva per uomini segnati dall’Amore di Cristo e dall’Amore a Cristo. Penso ad esempio a don Patriciello, parroco di Caivano, simbolo della lotta alla malavita, che in queste settimane ha dichiarato: “Se potessi chiederei di andare a servire Totò Riina in carcere. Come sacerdote e come infermiere. Non avrei difficoltà a lavargli i piedi come ha fatto Papa Francesco coi detenuti di Paliano. Come fece Gesù con gli amici che lo avrebbero abbandonato e rinnegato. Se potessi vorrei rimanergli accanto fino alla fine. Tenergli la mano in mano mentre esala l’ultimo respiro. Sì, proprio quella mano che tante volte ha ucciso”. Già nell’Antico Testamento, dopo il primo omicidio, Dio condanna ma afferma: “Nessuno tocchi Caino”. Gesù compie questa misura pienamente umana chiedendoci di amare anche i nostri nemici come Lui. E il cuore si sposta da questa parte, per questa vita, una vita impareggiabile, in cui è evidente il centuplo.

Barbara Braconi

Giù le mani da Caino

Editoriale
di Barbara Braconi

“Il nostro cuore, pur nella ferita sempre aperta del peccato originale, sa riconoscere l’attrattiva per il perdono, per la giusta condanna dei reati coniugata alla cura per l’essere che resta in ogni caso umano, si chiamasse pure Totò Riina… Il nostro cuore sa riconoscere l’attrattiva per uomini segnati dall’Amore di Cristo e dall’Amore a Cristo”.

PELLEGRINAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AL SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DI FÁTIMA

  • Preghiera del Santo Padre 12 maggio 2017
  • Benedizione delle candele 12 maggio 2017
  • Omelia per la canonizzazione di Francisco Marto e Jacinta Marto 13 maggio 2017
  • Saluto ai malati 13 maggio 2017
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